Chapter 1 — The Morning Marta Was Gone

La stanza di Marta non aveva finestre che dessero sulla strada. Questo è il primo dettaglio che ricordo con precisione assoluta, ogni volta che torno a quel mattino: la luce che entrava solo dall'alto, attraverso un'apertura stretta come una ferita nel muro, e il modo in cui cadeva sul pavimento di pietra come se neanche lei avesse il permesso di stare lì più del necessario.

Entrai senza bussare, cosa che non avevo mai fatto prima. Non so perché non bussei. Forse sapevo già.

Il letto era rifatto. Non disfatto e poi rifatto da mani frettolose, non abbandonato nel disordine di chi parte di notte senza guardarsi indietro, ma rifatto con la stessa cura metodica con cui Marta faceva ogni cosa — le pieghe tirate, il cuscino centrato, il bordo del lenzuolo rimboccato con la precisione di chi ha eseguito quel gesto migliaia di volte e non riesce a smettere anche quando sa che non servirà più. Sul comò: niente. Nessun pettine, nessuna ciotola d'argilla per il grasso di capelli, nessuno degli oggetti piccoli e consunti che aveva portato con sé attraverso anni e case diverse. Sul gancio dietro la porta: niente. Sotto il letto: niente.

Niente, e quell'odore. Polvere d'estate, secca e calda anche in ottobre, come se quella stanza avesse smesso di respirare settimane prima che io me ne accorgessi.

Rimasi sulla soglia per un tempo che non saprei quantificare. Non è una figura retorica: davvero non lo so. Il sole si spostò un poco sull'apertura nel muro. Da qualche parte nel cortile un cavallo pestava gli zoccoli sul selciato, lento, regolare, come un battito cardiaco rallentato.

Poi andai a cercarla.

Non la trovai.

Questo è il punto da cui comincia tutto. Non dall'avvelenamento del Signore Aurentini, non dalla guerra tra le casate, non dalla notte in cui Isadora mi guardò attraverso il fumo di una candela quasi consumata e mi disse una cosa che non riuscii a capire fino a tre anni dopo. Comincia da qui: da una stanza vuota che puzzava di estate in pieno autunno, e da me sulla soglia con le mani ferme e qualcosa nel petto che si stringeva lentamente, come un nodo tirato da due parti opposte.

Ho impiegato anni a capire che non stavo cercando Marta. Stavo cercando il modo in cui il mondo aveva potuto contenere la sua assenza senza che io me ne accorgessi prima.

Non ci sono ancora riuscita. Ma ci provo ugualmente, qui, in questo racconto che è meno una storia e più una resa dei conti con me stessa. Con quello che sapevo e fingevo di non sapere. Con quello che non sapevo e avrei potuto sapere se avessi guardato nella direzione giusta. Con Isadora, soprattutto, che è ancora viva e dall'altra parte di Valdaspra, e con la quale ho un debito che non si salda in moneta.

Raccontare è l'unica forma di onestà che mi è rimasta. Non ditemi che non basta. Lo so già.

Quella mattina, dopo aver cercato Marta nei posti che conoscevo, cominciai a cercarla nei posti che non conoscevo. Interrogai i servitori della casa con la voce piatta di chi non si aspetta risposte utili. La cuoca disse che l'aveva vista tre giorni prima, nell'orto, che raccoglieva qualcosa — non sapeva cosa, forse erbe, forse niente, non ci aveva fatto caso. Il ragazzo di stalla disse che forse era uscita la notte, forse il giorno prima, forse non si era mai svegliata quella mattina, non lo sapeva di sicuro. Il vecchio Ennio, che sorvegliava il portone d'ingresso con la meticolosità di chi non ha più niente di meglio da fare, disse che non l'aveva vista passare. Disse: non passa mai nessuno che io non veda. Lo disse con quella piccola fierezza degli anziani che si aggrappano all'unica competenza che gli rimane, e io lo lasciai credere.

Ma Marta era sparita lo stesso.

Questo era il problema con lei: non spariva dalla porta principale. Non spariva dai posti che le persone guardano. Marta si muoveva attraverso le assenze degli altri, attraverso i momenti in cui gli occhi erano puntati altrove, e quando ti voltavi era già dall'altra parte della stanza, o della strada, o dell'anno. L'avevo capito da bambina, nella città bassa di Valdaspra, quando ancora non avevo parole per descrivere quella qualità silenziosa che aveva di occupare uno spazio senza rivendicarlo. Come un gatto. Come l'ombra di qualcosa che non riesci a individuare.

Come una donna che ha imparato a non farsi trovare dagli uomini che cercano.

Mi sedetti nel cortile a metà mattina, sulla panca di pietra sotto il fico che in luglio dava un'ombra densa come acqua e in ottobre lasciava filtrare un sole pallido tra i rami spogli. Le foglie cadute si accumulavano lungo il muro. L'aria aveva quel sapore metallico che precede le prime piogge d'autunno a Valdaspra, quel gusto di ferro e argilla secca che sento ancora adesso quando chiudo gli occhi e penso alle colline del Sud.

La casa degli Aurentini era silenziosa. Silenziosa come poteva esserlo, in quei mesi: il Signore era morto da un anno, la Lady Fiamma aveva trasferito le attività principali nelle stanze del piano nobile, e il piano di sotto viveva di un'agitazione sorda, sotterranea, fatta di passi affrettati e conversazioni interrotte. Ero al servizio della casata da quasi sei anni. Conoscevo ogni crepa in quella pietra, ogni vento che entrava dalle fessure in inverno, ogni odore diverso che portava ogni stagione. Conoscevo le voci dei servitori nel buio, i passi di Lady Fiamma lungo il corridoio — sempre uguali, sempre misurati, come se stesse contando — e il suono che faceva la porta della stanza dei documenti quando qualcuno la apriva di notte sperando che nessuno la sentisse.

Conoscevo quella casa. Ma non avevo visto Marta andarsene.

Presi il fatto, lo girai tra le dita mentalmente come si gira una pietra per vederne tutti i lati, e poi lo posai da parte perché sapevo già che avrebbe occupato ogni spazio disponibile se gliene avessi lasciato troppo. Questo è quello che faccio con le cose che mi fanno paura: le esamino, le catalogo, le metto in un posto preciso dove le posso trovare quando sono pronta. Non è freddezza. È il contrario della freddezza: è il solo modo che ho di non bruciarmi.

Isadora l'aveva capito prima che lo capissi io. Me lo disse una volta, quando avevamo forse quattordici anni, in una delle strade strette della città bassa dove ci sedevamo a guardare la gente passare. Disse: tu non nascondi le emozioni, Eleonora. Le metti in fila. Come se aspettassero il turno. E rise di quella risata corta che aveva, quasi silenziosa, che significava che aveva detto qualcosa di più vero di quanto avesse intenzione di dire.

Mi mancò, quella mattina. Mi mancò in modo fisico, come manca un arto.

Poi ricordai che eravamo su fronti opposti di una guerra che aveva lasciato morti in ogni stradina di Valdaspra, e smisi di lasciarmi il lusso di sentire la mancanza.

La stanza di Marta la rividi nel pomeriggio. Non so cosa speravo di trovare che non avessi trovato la prima volta. Forse cercavo soltanto di stare nel posto sbagliato per un po', nella speranza che questo mi dicesse qualcosa sul posto giusto.

Mi inginocchiai vicino al letto e passai la mano sul pavimento, piano, come si fa quando si cerca qualcosa che si è perso nel buio. Niente. Poi, quasi per caso, spostai lo sguardo verso il muro, dove la pietra incontrava il pavimento. Lì, in un angolo così vicino al bordo che ci si doveva mettere la faccia per vederlo, c'era un segno. Non un'incisione, non una parola, non niente di deliberato. Solo un'abrasione nel calcare bianco, sottile come una riga tracciata con l'unghia, del tipo che lasciano i piedi di un mobile spostato.

Un mobile che non c'era più. Un mobile che probabilmente non era mai stato lì, nella memoria di nessun servitore che avrei potuto interrogare.

Rimasi lì inginocchiata a fissare quella riga finché le ginocchia non cominciarono a protestare. Poi mi rialzai, mi spolverai il vestito, e capii — non so come, non so da dove venne quella certezza — che Marta non era stata portata via. Marta era andata. C'era una differenza enorme tra le due cose, anche se in quel momento non riuscivo ancora ad articolarla.

Andai alla finestra stretta. Di là ci si vedeva solo il fianco del muro del convento vicino, grigio e verticale come un silenzio imposto, e in alto uno spicchio di cielo bianco di nuvole sottili. Da qualche parte oltre quel muro, oltre quella città stretta e arroccata sulle sue colline bruciate, c'era un posto dove Marta aveva scelto di essere invece di qui.

Questo pensiero, stranamente, non mi consolò per niente.

Ma mi disse dove avrei dovuto cominciare a guardare. Non davanti. Indietro. Sempre indietro, verso Valdaspra, verso la città bassa e le sue famiglie cariche di debiti e di orgoglio prestato, verso la prima volta che avevo visto Isadora ridere con quella risata quasi silenziosa, verso tutto quello che avevo creduto di capire e non avevo capito, verso il principio di una storia il cui centro teneva ancora, nonostante tutto, come la pietra vecchia tiene: non perché non sia mai stata ferita, ma perché è fatta per durare.

Cominciai da lì.

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