Chapter 1: The Rift That Swallowed a Real Boy

Il laboratorio puzzava di ozono e paura bruciata.

Non era una combinazione che esistesse in natura, ma i tecnici dello S.H.I.E.L.D. al quinto piano sotterraneo di un palazzo senza insegne in Lower Manhattan l'avevano imparata a memoria nel corso degli ultimi diciotto mesi. Ogni volta che il Progetto Ariadne si avvicinava alla soglia critica, quell'odore invadeva i corridoi come un avvertimento — acre, metallico, con qualcosa di quasi organico sul fondo, come legno bagnato lasciato troppo a lungo al sole.

L'agente Maria Hill era in piedi accanto alla console principale quando i monitor cominciarono a impazzire.

— Livelli di energia in aumento del trecentoquaranta percento — disse il tecnico Chen, e la voce aveva già quel bordo stretto di chi sta per comunicare qualcosa che non rientra nel manuale operativo. — Oltre la soglia di contenimento. Molto oltre.

— Chiudete il flusso.

— L'ho fatto. Non risponde.

Hill aveva imparato a non sprecare tempo sui perché in queste situazioni. Si girò verso la porta più vicina e già stava per urlare l'ordine di evacuazione quando il centro del laboratorio si aprì.

Non esplose. Non implose. Si aprì, come un frutto che non ha aspettato il momento giusto — una lacerazione nell'aria stessa, un ovale di luce che non era di nessun colore preciso ma di tutti i colori simultaneamente, vibrante con una frequenza che si sentiva nei denti prima ancora che negli occhi. I monitor rimandarono dati privi di senso. Qualcuno cadde dalla sedia. I vetri antiproiettile della finestra d'osservazione si crepettarono lungo una diagonale perfetta.

E poi, dal centro di quella luce impossibile, qualcosa atterrò sul pavimento di cemento del laboratorio con il suono preciso e soddisfacente di due piedi umani.

Il portale si richiuse dietro di lui come se si vergognasse di ciò che aveva fatto.

Il silenzio durò esattamente tre secondi.

Il giovane uomo in piedi al centro del laboratorio semibuio si guardò le mani con l'espressione di chi sta eseguendo un inventario urgente. Poi guardò le proprie scarpe — vecchie, di cuoio grezzo, con le fibbie di ottone — poi il pavimento lucido sotto di esse, poi la batteria di luci fluorescenti sul soffitto, poi i monitor ancora fumanti, poi infine il cerchio di tecnici e agenti che lo fissavano con le armi spianate.

Aprì la bocca.

— Questo — disse, in un italiano così antico e musicale che suonava come qualcosa estratto da un libro di fiabe — non è Collodi.

Maria Hill aveva sedato agenti del Centipede, convinto uno drogato di siero della verità a rinunciare ai codici nucleari e fatto rapporto a Nick Fury un'ora dopo Ultron. Era abituata all'insolito. Non era abituata a questo.

Il giovane davanti a lei aveva l'aspetto di un uomo, ma con qualcosa di sbagliato nella proporzione — non deformità, piuttosto il contrario, una perfezione quasi eccessiva nei lineamenti, come se qualcuno avesse intagliato un viso umano con troppa cura. Capelli scuri e fitti, occhi che erano di un marrone caldo e luminoso, quasi ambra. Il vestito era assurdo: una giacca di panno grezzo color paglia con bottoni di legno, pantaloni alla zuava, un cappellino sformato che adesso stringeva tra le mani con una delicatezza involontaria, come se fosse l'unica cosa familiare in un raggio di chilometri.

Aveva forse diciotto anni. O ne aveva cento. Era impossibile dirlo.

— Mani in alto — disse Hill, e tenne la voce piatta. — Lentamente.

Il giovane alzò le mani. Guardò i palmi come se controllasse che fossero ancora lì, poi li tese verso di lei con un'apertura quasi teatrale.

— Non sono armato — disse. E poi, dopo una pausa in cui sembrava valutare se aggiungere qualcosa fosse necessario o cortese: — Sono mai stato armato, a dire il vero. Ero un burattino. I burattini non portano armi. Anche se Lucignolo una volta mi disse che i coltelli erano utili, ma Lucignolo finì per trasformarsi in un asino, quindi forse le sue opinioni sulle armi non erano molto affidabili.

Hill abbassò la pistola di mezzo centimetro, non per abbassare la guardia ma perché il cervello le aveva impiegato un momento in più del solito a processare la frase.

— Come ti chiami?

— Pinocchio — disse lui, con la semplicità di chi ha smesso da molto tempo di trovare questo fatto strano. — Mi chiamo Pinocchio. Il mio padre si chiama Geppetto, che è un falegname di Collodi, che è un paese in Toscana che sospetto non esista in questa versione della realtà. Sono stato un burattino di legno fino a quando la Fata Turchina mi ha trasformato in un ragazzo vero, che è accaduto abbastanza di recente, e poi c'è stato quel buco di luce e ora sono qui. — Fece una pausa. — Dove è qui, esattamente?

Hill guardò Chen. Chen stava guardando i suoi monitor con l'espressione di chi scopre che tutti i suoi numeri hanno smesso di significare qualcosa.

— New York — disse Hill, perché la verità era spesso il modo più rapido per guadagnare tempo. — Stati Uniti d'America. Piano sotterraneo cinque di un edificio classificato a Lower Manhattan.

Il giovane annuì con gravità, come se stesse catalogando l'informazione in una lista interiore già abbastanza lunga.

— Non sapevo che la Fata avesse amici in America — disse infine. — Forse non ne aveva. Forse questo è un errore.

— Un errore.

— I portali dimensionali — disse, con la pronuncia di qualcuno che ha appena imparato queste parole ma le usa comunque correttamente, come un bambino che maneggia forbici per la prima volta — non sembrano il tipo di cosa che si fa di proposito, normalmente.

Hill rimise il tallone della pistola nella fondina con un gesto deciso.

— Portatelo alla sala di contenimento B — disse a Henderson, che era il più vecchio degli agenti e aveva il vantaggio di aver già visto cose abbastanza strane da non vacillare. — Protocollo di identificazione non standard. Nessun contatto fisico. Nessuna domanda non autorizzata.

Il giovane la seguì con una docilità che era quasi più inquietante della resistenza.

Alla porta si fermò e si girò verso di lei.

— Scusi — disse, con una cortesia così naturale che sembrava impossibile che fosse una tattica. — Dovrei essere spaventato, vero?

Hill incrociò il suo sguardo. C'era qualcosa in quegli occhi ambra che non riusciva a nominare subito — non ingenuità, non esattamente. Qualcosa di più antico di questo. La tranquillità di chi ha già attraversato il buio e ne è tornato abbastanza volte da non essere più sorpreso dal buio in sé.

— La maggior parte delle persone lo sarebbe — disse.

Lui annuì, considerandolo.

— Ho paura degli asini — disse infine. — E degli squali. E della balena, ovviamente. Ma questo posto non ha nessuna di quelle cose, almeno per ora. Quindi forse va bene.

Si girò e seguì Henderson nel corridoio come se stesse andando a fare una passeggiata.

La sala di contenimento B era progettata per rimanere sobria. Pareti di cemento, due sedie di plastica rigida, un tavolo ancorato al pavimento, una finestra a specchio che dava su un corridoio di osservazione. La finestra sull'altro lato, quella vera, era uno sbaglio architettonico che nessun direttore dei lavori aveva mai corretto: una stretta apertura verticale che guardava verso un pozzo di luce artificiale, e oltre, attraverso un lucernario parzialmente ostruito, si potevano vedere in lontananza i bagliori del profilo di Manhattan.

Maria Hill entrò con una cartellina che non conteneva nulla di utile perché non c'era nulla di utile da contenere.

Il giovane era seduto sulla sedia con le mani appoggiate sulle ginocchia, guardando verso quella finestra lontana con un'attenzione silenziosa che Hill trovò stranamente difficile da interpretare come pericolosa.

— Allora — disse, appoggiando la cartellina sul tavolo con un gesto deliberato. — Pinocchio. Nessun cognome?

— Non è usanza, dove vengo io.

— Nessun documento di identità.

— Non sapevo che sarebbero serviti.

— Nessuna spiegazione credibile su come sei arrivato qui.

Il giovane la guardò con un'espressione di serena perplessità.

— Ve l'ho data una spiegazione. L'ho attraversato, il portale. Ero nel bosco vicino al mare — non il bosco di dove viveva Geppetto, quello più in basso lungo la costa — e c'è stato un suono che non era un suono, più come un'apertura, e poi ero qui. Non so come rendere questa spiegazione più credibile. È quello che è accaduto.

— Non esiste nessuna persona di nome Pinocchio —

— Sono io.

— Non esiste nessun Geppetto di Collodi.

— Esisteva. Esiste ancora, nel mio mondo. Qui forse no. Questo è uno dei problemi dei mondi diversi: non puoi controllare gli elenchi del telefono.

Hill posò le mani piatte sul tavolo.

— Quello che mi stai raccontando — disse, tenendo la voce calibrata, professionale — è una storia di fantasia. Un racconto per bambini. Geppetto il falegname, le fate, i burattini di legno che diventano bambini. Non è possibile che sia reale.

Il silenzio fu breve.

La mano sinistra del giovane, appoggiata sul tavolo, smise di essere una mano.

Non fu un processo lento, non fu doloroso almeno a giudicare dall'espressione sul suo viso che rimase immobile e quasi rassegnata. Fu piuttosto una traslazione — come quando un colore cambia gradiente sotto una luce diversa. La carne perse il tono e il tepore, diventò gialla e poi bruno scuro, le nocche si alzarono in venature, le dita si allungarono leggermente e si irrigidirono con il suono appena percettibile di qualcosa che non è più morbido. In meno di dieci secondi, quello che poggiava sul tavolo di acciaio era un perfetto calco di mano umana scolpito in legno di quercia — vecchio, antico, con la grana che correva in parallelo lungo il pollice come anni di crescita silenziosa.

Hill non si mosse.

Il giovane la guardò con quegli occhi ambra e disse, con un'inflessione che non era orgoglio né vergogna ma qualcosa di molto più complicato:

— Accade quando qualcuno mette in dubbio la verità. O quando la metto in dubbio io stesso. Non ho trovato un modo per controllarlo.

Poi la mano tornò pelle — lentamente questa volta, come il legno che ricorda di essere carne per gentilezza.

Hill rimase ferma ancora tre secondi. Poi si alzò, prese la cartellina, e uscì dalla stanza senza dire una parola.

Nell'atrio di osservazione si fermò davanti alla parete di monitors e rimase immobile.

Poi prese il telefono e digitò un numero che aveva memorizzato il primo giorno di lavoro e usato sette volte nel corso degli anni, sempre in circostanze che avrebbe preferito non ricordare.

— Fury — disse quando la linea aprì. — Abbiamo qualcosa al livello cinque. Non so come classificarlo. Ho bisogno che venga a vederlo di persona.

La pausa dall'altra parte durò quanto bastava.

— Quanto non lo sai classificare, in scala da uno a dieci.

Hill guardò attraverso lo specchio il giovane in sala B, che si era girato di nuovo verso quella finestra lontana e i bagliori di Manhattan oltre il lucernario.

— Dodici — disse. — Forse tredici.

Un'altra pausa.

— Arrivo.

Nick Fury arrivò quarantatré minuti dopo, con il cappotto scuro che sembrava fatto della stessa sostanza della notte e un'espressione che non cambiava mai abbastanza da rivelare effettivamente qualcosa.

Hill gli mostrò il video due volte.

La prima, lui guardò il portale e il modo in cui si era aperto. La seconda, guardò la mano.

— Ripetilo — disse, e Hill non era sicura se intendesse il video o la conversazione.

— Non ho mai detto che fosse un'arma — disse Hill. — Ho detto che non so cosa sia.

Fury rimase immobile davanti al monitor per un lungo momento. Sulla schermata, il giovane in sala B giaceva ancora fermo sulla sedia, guardando la finestra con quella pazienza tranquilla e inquietante.

— Il portale — disse infine. — È stato generato dall'attrezzatura del Progetto Ariadne o da lui?

— Chen non riesce ancora a dirlo con certezza. La firma dimensionale è anomala. Ma la direzione del flusso suggerisce che sia arrivato lui attraverso di essa, non che l'abbia creata.

— Vittima o agente.

— Questo non lo so.

Fury si girò verso la porta.

— Lasciatemi solo con lui.

Hill aprì la bocca, la richiuse.

— Signore — disse — quando la sua mano è diventata legno non ha mostrato alcuna reazione di dolore o sorpresa. Ha detto che accade quando qualcuno mette in dubbio la verità. Se lei —

— Se metto in dubbio la verità, diventa un albero. Ho capito, Hill. — Fury fece un gesto verso il monitor che era insieme un congedo e un ordine. — Registrate tutto.

Aprì la porta della sala B.

Il giovane non si girò subito. Continuò a guardare verso quella finestra lontana per un momento, poi si alzò dalla sedia con un movimento che non era deferenza ma rispetto — la differenza sottile tra riconoscere il peso di qualcuno e curvarsi sotto di esso.

— Lei è importante — disse il giovane, in italiano. Poi aggiunse, con l'incertezza cortese di qualcuno che gestisce lingue nuove in tempo reale: — O almeno, l'edificio la tratta come se lo fosse. Le persone si raddrizzano.

Fury si fermò a due metri da lui. Lo studiò con quell'occhio solo che aveva imparato nei decenni a valere il doppio di due.

— Nick Fury — disse, in inglese. — Direttore dello Strategic Homeland Intervention, Enforcement and Logistics Division.

— Pinocchio — disse il giovane. Poi, dopo una pausa: — Figlio di Geppetto. Già burattino.

— Già burattino.

— Sì.

— E adesso?

Il giovane considerò questa domanda con una serietà che sembrava sproporzionata alla sua semplicità, come se toccasse qualcosa di più profondo di ciò che era stato chiesto.

— Adesso sono un ragazzo vero — disse infine. — O almeno lo ero, prima del portale. Ora non sono sicuro di cosa sia, esattamente. Ma sono ancora Pinocchio. Questo sembra restare costante.

Fury rimase fermo.

— Hai intenzione di farmi del male?

— No.

— Lavori per qualcuno?

— Non in questo mondo. In quel mio mondo lavoravo per Geppetto, a volte, ma lui era molto povero e non pagava. — Fece una piccola pausa. — Stavo scherzando su questo ultimo punto. Non in modo malizioso. Era una cosa su cui lui e io avremmo riso.

Fury non rise.

— Sai perché sei qui?

— No. — La voce era ferma, senza oscillazioni. — L'agente donna ha detto che stavate lavorando sui portali. Forse il mio mondo e questo erano abbastanza vicini da toccarsi. Non lo so davvero. Non sono un fisico. Ero un burattino.

Fury rimase in silenzio per un lungo momento. Poi si girò e tornò verso la porta.

— Aspetta qui — disse.

— Non mi avete dato molto dove andare.

Fury si fermò sulla soglia senza girarsi.

— È per la tua sicurezza o per la nostra?

La risposta arrivò senza esitazione.

— Entrambe, credo. Questo mi sembra onesto.

Fury uscì senza rispondere.

Nel corridoio di osservazione, solo davanti a un monitor che registrava in silenzio, Fury rimase fermo per quasi un minuto intero. Un minuto era molto, per lui. Nei suoi minuti normali accadevano cose.

Poi aprì la sua tablet e aprì una nuova cartella nell'archivio classificato. Rimase con il dito fermo sul campo del livello di classificazione per un momento.

Tutti i livelli esistenti erano già stati usati. C'era un sistema, una logica, una gerarchia costruita su decenni di segreti stratificati. Pinocchio non entrava in nessuna delle categorie.

Fury digitò: LEVEL OMEGA-NARRATIVE.

Era un livello che non era mai esistito prima.

Lo salvò, si alzò, e andò a fare dodici telefonate che avrebbero tenuto sveglie dodici persone per il resto della notte.

In sala B, solo, Pinocchio rimase seduto sulla sedia ancora per un po'. Poi si alzò e si avvicinò alla finestra stretta, quella che guardava verso il pozzo di luce artificiale e oltre, attraverso il lucernario screziato, verso il profilo lontano e impossibile di una città che aveva più acciaio in un isolato che tutta la Toscana messa insieme.

I bagliori erano gialli, arancioni, bianchi. Non c'erano stelle — la città le mangiava, probabilmente — ma c'era una specie di splendore compensatorio nell'accumulo di tutta quella luce umana che si rifiutava di spegnersi.

Pinocchio appoggiò la fronte al vetro freddo.

Si aspettava che fosse duro, ma era solo vetro.

Rimase così per un lungo momento, guardando quella città che non aveva nessuna ragione di conoscerlo, in un mondo che non aveva nessuna ragione di contenerlo, e quando finalmente aprì la bocca la voce era bassa, quasi un soffio, il tipo di voce che si usa quando si parla a qualcuno che potrebbe essere troppo lontano per sentire.

— Questo posto — disse — non assomiglia per niente a quello che mi avevi promesso.

Non c'era nessuno a rispondergli. Il laboratorio al piano di sopra era ancora segnato dall'odore di ozono e legno bruciato. I monitor nel corridoio di osservazione continuavano a registrare.

Ma Pinocchio non stava cercando una risposta. Stava solo dicendo la verità, come aveva sempre fatto, come non poteva smettere di fare.

E da qualche parte nell'archivio classificato dello S.H.I.E.L.D., sotto un livello di sicurezza inventato sul momento, il file di un ex burattino aspettava di diventare qualcosa che nessuno aveva ancora un nome per descrivere.

Like this novel?

Create your own AI-powered novel for free

Get Started Free