Chapter One: The Cobbler's Apprentice and the Hunchback Scholar

Il cuoio aveva un odore di pazienza.

Così lo ricordo, almeno: quella bottega vicino al porto di Genova odorava di pazienza accumulata, di lavoro ripetuto fino all'usura delle dita e dell'anima, di pece e grasso animale e di quel particolare tanfo di sale marino che si depositava ogni mattina sulle soglie come una firma del mare. Avevo undici anni e non sapevo ancora che esistesse al mondo qualcosa di più grande di quella stanza bassa, illuminata da una sola finestra che affacciava sul vicolo detto del Molinasso, dove i gabbiani litigavano con le comari per i rifiuti del mercato del pesce.

Zio Taddeo era un uomo di silenzi precisi. Aveva la qualità rara di tacere in modi differenti a seconda della domanda che non voleva rispondere: un silenzio lungo e piatto per le questioni di denaro, un silenzio breve e duro come la botta di un martello per le questioni sentimentali, e un silenzio del tutto particolare — molle, quasi liquido, che si espandeva a riempire lo spazio come acqua in una tinozza — per ogni domanda riguardasse mio padre o mia madre. Avevo imparato a classificare queste varianti del suo mutismo assai prima di saper classificare i tipi di cuoio, che pure era la cosa che avrebbe dovuto insegnarmi.

Quel pomeriggio di ottobre — un pomeriggio grigio come lo sono quasi tutti i pomeriggi a Genova nell'autunno, grigi con quella qualità specifica dell'intonaco bagnato che non si decide se asciugare o cedere definitivamente all'umidità — stavo tagliando una striscia di vacchetta secondo la linea che Taddeo aveva tracciato con la graffa di metallo, e non pensavo a nulla di particolare. Questo è il privilegio e la miseria dell'infanzia ordinaria: non pensare a nulla di particolare, e considerare tale vuoto come la condizione normale dell'universo.

Poi le mani mi si riscaldarono.

Non come quando si avvicina un fuoco, con quella progressione logica di calore che procede dall'esterno verso il centro. Era diverso: un calore che nasceva dall'interno, dal punto esatto del polso sinistro dove portavo, fin da quando avevo memoria, quel segno brunastro che Taddeo aveva sempre chiamato una voglia, un capriccio della pelle, niente di cui preoccuparsi. Il calore si diffuse verso le dita nel tempo che impiegai ad alzare la testa verso la finestra, e nel medesimo istante vidi, attraverso il vetro incrostato di sale, che il cielo aveva assunto quella precisa colorazione giallognola che precede i temporali di levante. Non un temporale ancora. Solo il suo annuncio.

Abbassai lo sguardo sul cuoio che tenevo tra le mani.

La vacchetta stava fumando.

Non bruciava, intendo dire, non vi era fiamma né brace. Fumava semplicemente, con quella sottile eleganza del materiale che cede alla temperatura senza drammi. E attorno al punto di contatto con il mio polso sinistro, nel cuoio, si andava formando un'impressione — una bruciatura lenta, deliberata, come se qualcuno avesse posato un sigillo incandescente sulla pelle dell'animale morto: un nodo, o forse una stella, o forse entrambe le cose, un intreccio geometrico di linee che si chiudevano su se stesse senza un inizio e senza una fine visibile.

Dissi: «Zio.»

Taddeo era chino sulla sua forma, tre metri più in là, con un chiodo tra i denti e il martello già alzato. Non si voltò.

Dissi: «Zio Taddeo.»

Il martello scese sul chiodo con un colpo secco.

«Il cuoio sta bruciando,» dissi, con quella calma che viene non dalla freddezza ma dall'aver superato un confine di stupore oltre il quale le parole tornano piatte. «Brucia dal mio polso.»

Il silenzio che seguì era del tipo che non avevo ancora catalogato. Non piatto, non duro, non liquido. Era il silenzio di chi riconosce qualcosa che aveva sperato, per undici anni, di non dover mai riconoscere.

Taddeo si voltò lentamente, come lo fanno gli uomini che hanno deciso il proprio movimento prima ancora di compierlo, e vidi sul suo viso un'espressione che non era stupore ma che gli somigliava come un fratello minore somiglia al maggiore: era consapevolezza. La consapevolezza di chi sa già la risposta e detesta la domanda.

Ma non disse nulla. Posò il martello con una cura eccessiva, come se avesse bisogno di occupare le mani con qualcosa di molto ordinario, e aprì la bocca per parlare — ed è in quel preciso momento che la porta della bottega si aprì, facendo tintinnare il campanellino di ottone, e l'uomo gobbo entrò.

Ricordo il clangore del campanellino con una nitidezza sproporzionata alla sua importanza. Ricordo che portava col sé l'odore della strada, di polvere autunnale mista a qualcosa di più antico e meno classificabile — inchiostro, forse, o la qualità particolare dell'aria nelle stanze piene di libri vecchi — e che il suo mantello era di un colore che non si decideva tra il grigio e il nero, con macchie scure nella zona delle maniche che potevano essere pioggia o appunto inchiostro o entrambe le cose insieme. Era gobbo in modo pronunciato ma non grottesco, quella curva della schiena che certi uomini di studio acquistano dopo decenni di chino sui manoscritti, come se il corpo avesse preso a imitare il gesto permanente della lettura. I capelli erano bianchi e in disordine. Gli occhi erano scuri e fermi, e nel momento in cui si posarono su di me ebbi la sensazione precisa — non la metafora, intendo la sensazione fisica — di essere letto.

Era il tipo di sguardo che non raccoglie informazioni superficiali, che non registra il colore degli occhi o la statura o il taglio del vestito. Era lo sguardo di chi legge in profondità, che cerca qualcosa di specifico in un testo che conosce già abbastanza bene da sapere dove guardare.

«Buona sera,» disse l'uomo, rivolgendosi a Taddeo con la cortesia distratta di chi compie le formule sociali come atti puramente meccanici. «Avrei bisogno di un paio di calze risuolate. Camoscio, se avete.»

La sua voce era quella di un uomo abituato a parlare in ambienti dove il suono veniva assorbito dalla carta. Aveva una qualità particolare di precisione, come se ogni parola fosse stata scelta tra molte candidate e le altre fossero state scartate con motivazioni esplicite.

Taddeo, che ancora teneva le mani aperte davanti a sé come chi non sa bene che farne, disse qualcosa di incoerente sul camoscio, sulla disponibilità del camoscio, sull'eventualità di dover cercare tra le riserve nel retrobottega. Si mosse verso la porta di fondo con una celerità che non era entusiasmo commerciale ma fuga.

Rimanemmo soli, l'uomo gobbo e io.

Il cuoio nella mia mano aveva smesso di fumare. Il calore nel polso si era ridotto a un formicolio appena avvertibile, come il residuo di un sogno vivido nel mezzo del mattino. Abbassai il pezzo di vacchetta sul banco, lentamente, con l'attenzione di chi non vuole fare movimenti improvvisi in prossimità di una cosa che non capisce.

L'uomo non mi guardava più direttamente. Si era avvicinato al banco e stava esaminando i pezzi di cuoio esposti con quella medesima qualità di attenzione concentrata che aveva applicato a me, come se vacchetta e bambino fossero dello stesso ordine di fenomeni meritevoli di studio. Aveva posato le mani sul bordo del banco, e io notai che le sue dita erano efectivamente macchiate di inchiostro, non di pioggia: una macchiatura profonda, cronica, del tipo che non se ne va con il sapone.

«Il tuo polso,» disse, senza alzare lo sguardo dal cuoio, con il tono conversazionale di chi riprende un discorso già avviato, «ti brucia da quando sei nato o da più tardi?»

Mi alzai dalla sedia. Non per scappare, intendiamoci. Per quella necessità fisica di avere le gambe sotto di sé quando la terra non è del tutto ferma.

«Non conosco lei,» dissi.

«No,» disse l'uomo. «Però conosco te. Indirettamente, beninteso. Conosco la circostanza della tua nascita, che è una cosa diversa ma più rilevante di qualsiasi presentazione formale.» Alzò finalmente la testa e mi guardò di nuovo con quello sguardo che leggeva in profondità. «Mi chiamo Ambrogio Corvaccio. Sono maestro di lettere sorbite e di cose dimenticate. Sono, tra le varie cose che sono, un uomo che ha camminato sei giorni per arrivare in questa bottega.»

«Sei giorni da dove?»

«Da molto più lontano di quanto sembri,» disse Corvaccio, «e da molto più vicino di quanto vorresti credere.» Sollevò leggermente la commissura destra delle labbra, in quello che poteva essere l'abbozzo di un sorriso o semplicemente il tic di un uomo stanco. «Mostrami il polso.»

Avrei dovuto rifiutare. Ogni principio pratico della prudenza, ogni cosa che Taddeo mi aveva insegnato su forestieri e botteghe e ragazzini soli, avrebbe suggerito di rifiutare. Invece tesi il polso sinistro verso quell'uomo che non conoscevo, con la medesima logica incoercibile con cui si apre una finestra quando l'aria nella stanza è diventata irrespirabile.

Corvaccio prese il mio polso tra due dita — delicatamente, come si prende un foglio vecchio che potrebbe sbriciolate — e si abbassò a esaminarlo da vicino. Il segno che Taddeo aveva sempre chiamato voglia era ancora visibile: più scuro del solito, con quella forma intrecciata di nodo o di stella che la combustione del cuoio aveva replicato pochi minuti prima. Nell'osservare il viso di Corvaccio mentre guardava il segno, vidi passarvi qualcosa di complesso: sollievo, forse, o la sua specie sgradevole che è il sollievo mescolato alla conferma di un timore.

«Sì,» disse sottovoce, a se stesso più che a me. «Proprio lui.»

Poi tornò Taddeo dal retrobottega, senza camoscio, con le mani vuote e il viso di chi ha trascorso tre minuti nel retrobottega a decidere quale versione della propria vita raccontare.

Corvaccio lo guardò.

«Maestro Peverati,» disse Corvaccio, e usare il cognome da calzolaio come appellativo di rispetto aveva in sé una qualità di precisione quasi crudele, «ho trovato il bambino in buona salute. Ve ne sono grato. Avete adempiuto con fedeltà a qualcosa di molto difficile.»

Taddeo aprì la bocca. La richiuse. Sul suo viso si era dipinta quella varietà di stanchezza che non viene dal lavoro fisico ma dall'aver tenuto qualcosa di pesante in equilibrio per molti anni, e dal sapere che adesso qualcuno lo stava aiutando a posarlo giù, e che posarlo giù avrebbe fatto un rumore enorme.

«Non è il momento,» disse, con una voce incerta.

«È esattamente il momento,» disse Corvaccio, con la gentilezza precisa di chi non ammette deroghe. «Il sigillo si è manifestato. Il bambino ha undici anni. Ho già aspettato più del necessario, e qualcun altro — con meno buone intenzioni di me — potrebbe non aspettare ancora a lungo.»

Il campanellino della porta tintinnò di nuovo: il vento del porto, che si stava alzando con l'arrivo del temporale annunciato. Tutti e tre ci voltammo verso la porta, per istinto, ma non era entrato nessuno. Solo il vento, e quell'odore salato di mare in tempesta che a Genova ti segue fin dentro le stanze come un cane fedele.

Taddeo si sedette sul suo sgabello da lavoro, con il peso di qualcuno che abdica.

«Siediti, Giuliano,» disse. Poi, alla finestra che si stava scurendo: «Il ragazzo ha il diritto di sapere da me, almeno, la prima parte.»

«Vi aspetto,» disse Corvaccio, con quella medesima cortesia meccanica dell'ingresso. Si spostò verso il banco laterale e riprese ad esaminare i pezzi di cuoio, con tutta la devozione di un bibliotecario tra gli scaffali.

Mi sedetti. Il formicolio al polso era scomparso del tutto, lasciando in suo luogo qualcosa che non era esattamente dolore ma che era nella stessa famiglia semantica.

Taddeo mi parlò dei miei genitori.

Non di tutto. Non del modo in cui erano morti, non del nome dell'uomo che li aveva uccisi, non della natura esatta di ciò che erano stati. Mi parlò di loro come si parla di chi si è amato: con le lacune che proteggono il narratore più che l'ascoltatore, con le interruzioni che sono anche loro una forma di discorso. Mi disse che erano studiosi. Che avevano fatto cose importanti, del tipo di cose importanti che non si descrivono facilmente a chi non conosce il campo. Che non erano morti di febbre, come mi aveva detto per undici anni.

A questo punto si interruppe.

«Non di febbre,» dissi io.

«No.»

Il temporale aveva raggiunto il porto. Attraverso la finestra si sentiva la pioggia battersi sul selciato del vicolo del Molinasso con la violenza degli acquazzoni liguri d'autunno, e la luce nella bottega era scesa al livello serale di un pomeriggio che si era già arreso al buio.

Corvaccio si girò dalla sua posizione al banco.

«I tuoi genitori,» disse, con quella voce di stanza-piena-di-libri, «non sono morti di febbre. Erano magi di grande valore, studiosi della parola come forza costitutiva del reale, e sono stati uccisi da un uomo che aveva buone ragioni per temerli. Quell'uomo ha tentato di uccidere anche te, la notte in cui sei nato, e ha fallito — ma non per caso. Il fallimento ha lasciato sul tuo polso il sigillo che vi è impresso. Una cosa che a suo tempo vi spiegherò con la precisione che merita.»

Fece una pausa breve, il tipo di pausa che serve a dare a una frase il peso appropriato.

«Qualcuno,» continuò, «ha atteso con molta pazienza che tu crescessi abbastanza da essere trovato. Io sono qui perché quel qualcuno non sia il tipo di persona sbagliata a trovarti per primo.»

Nella bottega di mio zio Taddeo, tra l'odore di cuoio e pece e pioggia salata, con la vacchetta bruciata ancora sul banco e il campanellino di ottone che oscillava nel vento dal retrobottega, compresi — non con la mente, non ancora, ma con quella parte del corpo che capisce prima del pensiero — che la mia vita fino a quel giorno era stata una prefazione.

E che la storia stava per cominciare.

Like this novel?

Create your own AI-powered novel for free

Get Started Free
Chapter One: The Cobbler's Apprentice and the Hunchback Scholar — Il Settimo Sigillo di Aldovrando | GenNovel