Ci volle un giorno intero per capire cosa stavo per fare, e altri tre per trovare il coraggio di chiamarlo con il suo nome.
Non coraggio nel senso che pensavo da bambina — quello dei soldati, quello delle spade tirate fuori in piena luce. Coraggio nel senso più banale e più difficile: smettere di rimandare. Smettere di aspettare che la situazione si chiarisse da sola, che Fiamma mostrasse la mano, che Isadora si facesse viva, che Marta tornasse con una spiegazione ordinata e sufficiente. Smettere di abitare lo spazio tra le cose senza mai occupare nessuna di esse.
Ero brava in quello spazio. Ci avevo vissuto per anni.
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