C'era un uomo di nome Vettori.
Non importa il nome completo, adesso. Lo chiamerò così — Vettori — come lo chiamava chiunque nella città bassa quando non voleva esagerare col rispetto e non si poteva permettere di mancargliene troppo. Aveva una bottega di cuoiame nel vicolo dietro alla chiesa di Sant'Agata, tre garzoni che cambiavano ogni stagione perché nessuno restava, e una moglie che si vedeva raramente e che quando si vedeva aveva sempre uno sguardo diretto altrove, oltre la spalla di chiunque le parlasse, come se stesse cercando una via d'uscita che non aveva ancora trovato.
Avevo undici anni. Isadora era dello stesso anno, forse qualche mese più vecchia. Eravamo amiche da tre stagioni, il che nella città bassa era già abbastanza per essere considerate inseparabili, anche se la parola non l'avremmo usata né l'una né l'altra — troppo sentimentale, troppo esposta. Dicevamo: ci vediamo spesso. Dicevamo: sa dove abito. Era sufficiente.
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