Il messaggio arrivò su un foglio senza sigillo, piegato in quattro e infilato sotto la mia porta con la precisione di chi sa esattamente a che altezza passa lo spazio tra il legno e il pavimento. Nessuna firma. Nessun saluto. Solo un indirizzo e un'ora, in una grafia che avrei riconosciuto tra mille anche se non l'avessi vista per anni.
Isadora aveva sempre scritto come pensava: senza ornamenti, senza margini, ogni lettera incisa sulla carta come se il foglio potesse resistere e avesse torto.
Il Quartiere Bruciato stava al margine sudovest della città bassa, dove un incendio vecchio di trent'anni aveva mangiato quattro isolati interi e lasciato una cicatrice ancora visibile — muri scarniti fino all'osso, pietre annerite che la pioggia non aveva mai del tutto ripulito, qualche struttura rimasta in piedi per ragioni che sfidavano l'architettura. Ci eravamo arrivate da bambine una volta sola, perché i nostri padri ce lo avevano proibito con quella solennità specifica che i genitori della città bassa riservavano ai pericoli reali. Avevamo fatto il giro dal vicolo dei conciatori, lei davanti e io a mezzo passo dietro, e avevamo camminato in silenzio tra i muri cavi come se visitassimo qualcosa di sacro. Non era paura, allora. Era rispetto per qualcosa che aveva bruciato davvero.
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