Chapter One: The Grey Cloak at the Farm Gate

Scrivo queste parole con la mano che non trema, perché ho imparato da tempo che il tremore appartiene al bambino che ero, non all'uomo che sono diventato. Ma quando ripenso a quella sera — il fumo del focolare, il rumore degli zoccoli sul selciato bagnato, la sagoma grigia nell'uscio — sento ancora, nella carne del polso sinistro, quel primo bruciore sottile. Come se il marchio avesse saputo, prima di me, che il momento era arrivato.

La fattoria degli zii Corsini si aggrappava al fianco dell'Appennino come un peccatore si aggrappa alla penitenza: con forza disperata e senza vera speranza di meritarla. Era una costruzione di pietra scura, tetto di coppi arrossati dal tempo, cortile dove il fango in autunno raggiungeva le caviglie e in estate si incrostava sulle pietre come una seconda pelle. Undici anni li trascorsi là, contandoli non per stagioni né per compleanni — degli zii non avevo mai osato chiedere l'usanza delle celebrazioni — ma per la lunghezza delle ombre serali che calavano dal Corno del Diavolo, il picco aguzzo che sovrastava la valle. Più lunga era l'ombra, più vicino era l'inverno. Più vicino era l'inverno, più mio zio Benedetto beveva il vino nuovo prima che fosse pronto, e più mia zia Agata pregava.

Pregavano molto, in quella casa. Era il segno più eloquente di ciò che temevano.

Quella sera di fine ottobre — il giorno non lo ricordo con certezza, ma l'odore sì, quell'odore di castagne abbrustolite e terra umida che ha il sapore del rimpianto — ero seduto presso la finestra della cucina a cucire una risuola strappata, con il filo che continuava a spezzarsi nelle mie dita gofde e il lume di sego che fuliggine la parete. Zio Benedetto stava filettando un pezzo di cuoio con quel coltello che aveva sempre alla cintura, il piccolo rasoio con il manico d'osso, e non parlava. Non parlava quasi mai, la sera: beveva, filettava, guardava il fuoco come se aspettasse che gli rispondesse qualcosa che lui non aveva il coraggio di chiedere di giorno.

Mia zia Agata mescolava la polenta. Il cucchiaio di legno raschiava il fondo del paiolo in un ritmo ipnotico, quasi liturgico. Aveva una verruca sul dorso della mano destra che si muoveva su e giù con ogni giro, e da bambino la fissavo spesso, quella verruca, perché era più facile guardarla che guardare il suo volto.

Poi i cani cominciarono ad abbaiare.

Non era l'abbaiare degli estranei normali — il viandante che chiede acqua, il mercante di stoffe che passa sul sentiero della cresta. Era diverso, più acuto e più breve, come se i cani avessero valutato la situazione e deciso che abbaiare oltre un certo punto era scortesia nei confronti di qualcosa che li intimidiva. Uno smise quasi subito. L'altro ammutolì di lì a poco.

Zio Benedetto posò il coltello sul tavolo con una lentezza deliberata.

Mia zia Agata smise di mescolare.

Questo, compresi subito, era il tipo di silenzio che non si improvvisa. Era il silenzio di chi ha aspettato qualcosa per tanto tempo che quando arriva non sa più né gioire né fuggire.

I passi nel cortile erano pesanti ma controllati. Non il passo dell'uomo che ha fretta, né quello di chi si avvicina con timidità: era il passo di qualcuno che ha percorso distanze enormi a piedi e ha deciso, molto tempo fa, che la distanza non è un ostacolo ma semplicemente il mezzo attraverso cui si compie un ufficio. Un bussare alla porta — tre colpi, identici nel peso e nell'intervallo, come se anche il bussare obbedisse a una misura precisa.

Nessuno si mosse.

Bussò ancora. Tre colpi. La stessa misura.

Zio Benedetto si alzò. Lo vidi fare qualcosa che non gli avevo mai visto fare prima: portarsi due dita alle labbra e poi al petto, il gesto antico di scongiuro che le vecchie contadine della valle usavano contro il malocchio. Lui, che derideva le vecchie contadine ogni volta che ne aveva l'occasione.

Aprì la porta.

L'uomo sulla soglia era enorme. Non nel senso della carne eccessiva, non nel senso della statura che schiaccia: era enorme come lo sono certe querce vecchie di due secoli, che non si misurano in altezza ma in presenza. Portava un mantello di lana grezza color cenere, senza ornamenti, senza bordure, senza il minimo segno distintivo che non fosse il logorio di chi ha dormito sotto il cielo aperto più notti di quante ne abbia passate sotto un tetto. Il cappuccio era abbassato sulla schiena, e il viso — largo, con gli zigomi alti e gli occhi chiari di un grigio quasi bianco, come la pietra dell'Appennino in certi giorni di gennaio — era perfettamente immobile.

Portava in mano un documento sigillato. Non lo tese subito. Tenne le mani ferme ai fianchi e aspettò che mio zio finisse di guardarlo, come se avesse compreso da molto tempo che gli uomini come Benedetto Corsini devono fare il giro completo di ciò che temono prima di essere pronti ad affrontarlo.

«Benedetto Corsini», disse l'uomo. Non era una domanda.

La voce era bassa e senza inflessione sentimentale di nessun tipo. Aveva però uno spessore particolare, quella voce — come se le parole fossero state selezionate con la stessa cura con cui si scelgono le pietre per un muro che deve reggere a lungo.

Mio zio disse: «Sì.»

«Sono Feraldo. Dell'Ordine dei Custodi.» Una pausa. «So del bambino.»

Mia zia Agata lasciò cadere il cucchiaio di legno nel paiolo. Il suono metallico del manico contro il rame si prolungò nell'aria della cucina come una campana stonata.

Mi alzai dalla finestra senza pensarci, con il filo ancora fra le dita. L'uomo nel mantello grigio spostò gli occhi su di me — non una ricerca, non una scansione: aveva già saputo dove ero, ne sono convinto ancora oggi, prima ancora di entrare nel cortile. Mi fissò per il tempo esatto necessario a confermare ciò che già sapeva, poi tornò a guardare mio zio.

«La pergamena», disse, e la tese.

Benedetto la prese con due dita, come si prende qualcosa di cui non si è sicuri della temperatura. Il sigillo era di cera scura, impresso con un timbro che da dove stavo non riuscivo a distinguere. Mio zio non la aprì. La posò sul tavolo, accanto al coltello dall'impugnatura d'osso, e mi guardò — con un'espressione che non seppi decifrare allora e che ho passato anni a ricostruire: non era odio, non era sollievo, non era colpa. Era qualcosa di più semplice e più difficile di tutto questo. Era la faccia di un uomo che ha portato un peso che non aveva scelto e che vede finalmente qualcuno venire a riprenderselo.

«Non abbiamo mai», disse mio zio, «parlato di magia in questa casa.»

Due dita alle labbra, poi al petto.

Feraldo osservò il gesto senza commentarlo.

«Lo so», disse.

Mia zia piangeva. Non era un pianto di scena — non si copriva il viso, non faceva rumore: le lacrime le scendevano sulle guance con la stessa regolarità con cui la pioggia scende lungo il vetro, e lei continuava a guardare il paiolo della polenta come se quello fosse l'unico punto fermo rimasto. La conoscevo abbastanza, dopo undici anni, da capire che non stava piangendo per me. Stava piangendo per qualcosa che era accaduto prima di me, qualcosa che riguardava un nome che in quella casa non si pronunciava mai.

Il nome di mia madre.

Mi avvicinai al tavolo e presi la pergamena. Mio zio non si mosse per impedirmelo. Il sigillo era duro sotto le dita, la cera fredda come doveva esserlo da giorni, forse da settimane — come se fosse stata preparata molto tempo prima, e avesse aspettato il momento giusto per trovarmi.

La spezzai.

I caratteri erano minuti, precisi, vergati in un inchiostro di un marrone quasi rosso che ricordava — pensiero strano per un ragazzino di undici anni, ma questo sono sempre stato, un ragazzino con pensieri fuori misura — il colore del sangue rappreso. Non era latino ordinario né italiano della cancelleria. Era qualcosa di intermedio, una lingua che sembrava antica e formalissima eppure si leggeva con una facilità sorprendente, come se qualcuno l'avesse scritta pensando esattamente a me, con esattamente il mio vocabolario nella testa.

Convocazione. Schola Arcana di Viternum. Figlio di Corrado e Marta di Montefalco. Portatore del sigillo di protezione. Tali erano, più o meno, le parole centrali — non le riporto esattamente, perché la memoria adulta ha il cattivo vizio di limare le imperfezioni, e preferisco ammettere la lacuna piuttosto che inventare una precisione che non ho.

Ma l'ultima riga la ricordo.

L'ultima riga diceva: il marchio che porti è un indirizzo, non una condanna.

Abbassai la pergamena e guardai la mia mano sinistra.

Il marchio c'era da sempre — ero cresciuto con esso come si cresce con un neo o con un riflesso strano dello sguardo, qualcosa che è parte di te prima ancora che tu abbia un linguaggio per descriverlo. Era sul polso interno, esteso dal palmo fino quasi al gomito: una figura densa e intricata, linee che si biforcavano e si ritornavano e si perdevano e ricominciavano, simile alla pianta di una città costruita senza senso, o al percorso di un fiume visto dall'alto. I miei zii non avevano mai permesso che lo mostrassi. «Una cosa brutta», diceva zia Agata quando ero piccolo, avvolgendomi il polso in una fascia di lino che cambiava ogni sera. «Una cosa che non si tocca.»

Quella sera, per la prima volta, bruciava.

Non il bruciore di un'ustione — qualcosa di più sottile, come il calore che tiene una brace anche quando il fuoco sembra spento. Come un riconoscimento.

Feraldo era ancora sulla soglia. Non era entrato, e mi resi conto che non era entrato perché non era stato invitato ad entrare, e che non avrebbe mai violato quella soglia senza il consenso di chi la abitava, per quanto piccolo e insignificante fosse il consenso di mio zio ai suoi occhi. Questo mi colpì — l'uomo era enorme, la sua presenza riempiva il vano della porta come l'acqua riempie un recipiente, eppure aspettava. L'adulto che sono oggi riconosce in questo la disciplina di qualcuno che ha imparato, a carissimo prezzo, che esistono confini che non si attraversano.

«Ha del tempo per raccogliere le sue cose», disse Feraldo. Non disse ha del tempo per salutare, né ha del tempo per pensarci. Raccogliere le cose era, nel suo vocabolario operativo, tutto ciò che era necessario.

Mia zia si alzò dal fuoco e uscì dalla cucina senza guardarmi. La sentii salire le scale, la sentii aprire il cassone nella mia stanza — il legno che cigolava in quel modo caratteristico, come uno sbadiglio interminabile. Riscese con un sacco di lana grezza, già preparato. Lo posò sul tavolo accanto alla pergamena.

Si capiva che lo aveva preparato da tempo.

Questa comprensione fu, nel suo genere, devastante. Non perché mi aspettassi di rimanere — già a undici anni sapevo, con la certezza silenziosa dei bambini che nessuno consulta, che quella fattoria non era una casa ma una stanza di passaggio. Era devastante perché significava che lei sapeva. Sapeva che sarei andato via, sapeva che qualcuno sarebbe venuto a prendermi, e aveva preparato il sacco pur senza mai parlarne, pur senza mai spiegare nulla, pur piangendo in silenzio quella sera come se fosse la prima volta che ci pensava.

Guardai mio zio. Aveva ripreso il coltello, e filettava il cuoio con movimenti brevi e nervosi.

«Benedetto.» Non so ancora perché usai il suo nome, quella sera. Non glielo avevo mai rivolto direttamente. «Chi erano?»

Non alzò gli occhi.

«Gente che sapeva troppe cose», disse. «E gente che di conseguenza morì.»

Prese il bicchiere di vino e bevve.

Raccolsi il sacco. Non era pesante — qualche camicia, un paio di calze di lana, il breviario che zia Agata mi aveva fatto imparare a memoria e che lei stessa mi aveva regalato anni prima, forse nell'illusione che bastasse un libro di preghiere a tenermi al sicuro da ciò che non nominava. Lo misi nella sacca accanto a tutto il resto.

Feraldo si scostò dalla soglia per lasciarmi passare.

Feci tre passi nel cortile e mi fermai. L'aria era fredda e sapeva di terriccio umido e legno bruciato, il profumo dell'Appennino in ottobre che non ho mai smesso di riconoscere, per quante città abbia attraversato dopo. Le stelle erano poche e basse, coperte per metà da nuvole che correvano veloci verso est. I cani erano seduti ai piedi del muro del pollaio e mi guardavano con quella placida rassegnazione con cui i cani guardano le cose che capiscono ma non possono fermare.

Mi voltai un'ultima volta verso la porta della cucina.

Mia zia Agata era sull'uscio. Aveva smesso di piangere — o forse aveva finito le lacrime che aveva in serbo per quella sera. Mi guardò con un'espressione che non era affetto e non era freddo: era qualcosa nel mezzo, qualcosa che assomigliava alla faccia di chi ha custodito a lungo un oggetto prezioso non perché lo amasse ma perché era giusto farlo, e che ora lo consegna con sollievo e con il senso oscuro di avere perso qualcosa.

Si segnò. Tre volte, rapidamente.

Poi rientrò e chiuse la porta.

Camminai accanto a Feraldo lungo il sentiero del cortile, verso il cancello di legno marcio che dava sul viottolo della cresta. Lui non parlò. Io non chiesi. La luna faceva capolino tra le nuvole a tratti, abbastanza da illuminare il sentiero senza abbagliare, e il mantello grigio di Feraldo si confondeva con il grigio delle pietre e con il grigio della nebbia che cominciava a salire dalla valle come un respiro lento.

Sul polso sinistro, il marchio si era calmato. Non bruciava più. Pulsava, appena — come un cuore di piccolo animale, caldo e regolare.

Come qualcosa che aveva aspettato a lungo e si fosse finalmente ricordato di esistere.

Quella notte percorremmo la cresta in silenzio, Feraldo davanti e io mezzo passo dietro, con il sacco di lana in spalla e la pergamena sigillata — o meglio, la pergamena che avevo già spezzato — stretta nel pugno. Non so a cosa pensasse lui. Io pensavo a quella frase: il marchio che porti è un indirizzo, non una condanna.

Pensavo ai miei genitori, dei quali sapevo solo che erano morti e che avevano saputo troppe cose.

Pensavo che forse, da qualche parte tra quelle due informazioni, c'era una terza cosa — la cosa per cui erano stati uccisi, la cosa che mi avevano lasciato nel sangue e nella carne senza chiedermi il permesso — e che quella terza cosa mi stava aspettando in una direzione precisa, nella nebbia dell'Appennino, a una distanza che non sapevo misurare ma che la mia mano sinistra, strana e ardente come sempre, pareva già conoscere a memoria.

Camminai.

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Chapter One: The Grey Cloak at the Farm Gate — Il Labirinto delle Parole Perdute | GenNovel