Accadde di giovedì, all'ora di pranzo, mentre pioveva.
Non che la pioggia avesse importanza, beninteso — il narratore adulto che sono ora si è interrogato a lungo su questo dettaglio, e la risposta è sempre la stessa: la pioggia non era un presagio, era solo pioggia, e il mondo non aveva smesso di essere indifferente alla nostra piccola catastrofe. Ma la ricordo ugualmente, quella pioggia, perché il suono che faceva sui vetri del refettorio — un tambureggìo uniforme, privo di variazioni, come un testo copiato meccanicamente senza comprendere le parole — era l'ultimo suono ordinario che udii prima che la Schola smettesse di essere il luogo che avevo creduto di capire.
Eravamo seduti al lungo tavolo di centro, io tra Tomaso e Renata, nell'ordine consueto che si era stabilito senza accordo esplicito nel corso delle settimane precedenti: Tomaso alla mia sinistra, Renata alla mia destra, con il suo quaderno verde aperto accanto al boccale d'acqua nonostante il regolamento vietasse i materiali di studio durante i pasti. Nessuno glielo faceva mai notare. Non perché mancassero i supervisori, ma perché c'è una qualità nell'attenzione di Renata Merlini che rende chiunque la osservi restio a interrompere ciò che sta facendo, come ci si trattiene dall'attraversare un raggio di luce che cada in modo particolarmente esatto.
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