Renata non dormì quella notte. Lo seppi perché la mattina seguente aveva ancora l'inchiostro sull'indice sinistro fino alla seconda falange — un segno infallibile, che avevo imparato a leggere come si legge il meteo: quella macchia a quell'altezza significava ore di copiatura ininterrotta, probabilmente dal vespro in poi.
Non disse nulla durante la colazione. Mangiò il pane con la concentrazione di qualcuno che mastica solo perché il corpo lo richiede e la mente è già altrove. Tomaso, che aveva il talento di percepire quando il silenzio di Renata era vuoto e quando era pieno, non aprì bocca per tutta la durata del pasto, limitandosi a spingerle il boccale dell'acqua più vicino senza essere stato chiesto. Fu l'atto più delicato che gli vidi compiere quell'anno.
«Alle undici» disse Renata, alzandosi, «voce del chiostro dei tigli.»
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