Chapter 1: The Square at Noon

Ricordo l'odore prima di tutto.

Sudore vecchio e paglia bagnata, il grasso delle torce che bruciavano anche in pieno mezzogiorno perché era quella la tradizione, perché ad Altomuro le tradizioni pesavano più delle ragioni che le avevano generate. C'era anche qualcos'altro sotto, qualcosa di ferroso e umido che all'epoca non sapevo nominare e che negli anni successivi ho imparato a riconoscere ogni volta che una folla si raduna per vedere qualcosa che non dovrebbe guardare: il sudore particolare di chi è sollevato che stia accadendo a un altro.

La piazza centrale di Altomuro è costruita in pietra grigia, lastroni larghi e irregolari che conservano il freddo anche d'estate, come se la roccia stessa rifiutasse il calore del sole. Quella mattina di ottobre il cielo era bianco e compatto, di quella bianchezza che non promette neve ma la trattiene, e la luce cadeva piatta sulle teste della folla, togliendo le ombre e con esse qualcosa che assomigliava alla profondità. Tutto sembrava stampato su una superficie, bidimensionale, irreale nel modo in cui sono irreali le cose che non riesci ad accettare mentre le stai vivendo.

Ero arrivata presto. Non so perché. Forse perché stare ferma in casa avrebbe significato aspettare, e aspettare avrebbe significato pensare, e pensare avrebbe portato il mio corpo a fare cose che non mi ero ancora concessa: tremare, cedere, riempire di voce una stanza vuota. Così avevo camminato fino alla piazza con le scarpe che sfregavano sulla pietra e mi ero fatta largo nella folla con quella specie di ottusità fisica che a volte ci protegge.

Ginevra era tre file davanti a me.

La riconobbi dalla schiena prima ancora di scorgere il profilo. C'è un modo in cui le persone che hai conosciuto da bambina portano il corpo che non cambia con gli anni, qualcosa nella curvatura delle spalle o nel modo di tenere il collo che rimane identico dal giorno in cui li hai visti per la prima volta e che continuerà a essere identico quando saranno vecchi. Ginevra teneva la schiena dritta con quella precisione un po' rigida che le era costata mesi di esercizio nel corridoio del palazzo, quando avevamo tredici anni e lei aveva deciso che il modo in cui una donna attraversa una stanza è già metà della storia che racconta di sé. I capelli scuri erano raccolti sotto una cuffia grigia, sobria, come se si fosse vestita per non essere notata. Questo era Ginevra: l'attenzione al dettaglio anche nelle mattine in cui sarebbe stato più umano non averla.

Non si girò.

Avevo sperato che si girasse. Non per dirle niente, non per chiederle niente, non nemmeno per incontrarle gli occhi con quella comunicazione silenziosa che ci era appartenuta per vent'anni prima che tutto si spezzasse. Avevo sperato si girasse solo perché avevo bisogno di sapere che il momento in cui si stava per compiere esisteva anche per lei, che lei ne era dentro con me, che qualcosa di quello che stavamo per assistere lasciava anche nella sua carne il segno che lasciava nella mia.

Ma Ginevra non si girò. E io imparai, in quell'ora, che alcune delle cose che perdiamo le perdiamo due volte: la prima quando accadono, la seconda quando capiamo che la persona accanto a noi le sta vivendo come se già le avesse dimenticate.

Mio padre uscì dai portoni del palazzo tenuto da due guardie ai lati. Camminava, il che in quel momento mi sembrò importante. Avevo sentito storie di condannati che dovevano essere trascinati, che si lasciavano cadere sul selciato come peso morto, come se il corpo avesse già negoziato i propri termini con quello che stava per accadergli. Mio padre camminava. Non dritto come Ginevra, non con quella performance consapevole della colonna vertebrale, ma con il passo un po' pesante che aveva sempre avuto, il passo di un uomo che ha trascorso trent'anni chino sopra i registri e porta ancora nelle spalle la forma di quella curvatura. Il Guardiano del Nord: così lo chiamavano i documenti ufficiali, così lo chiamavano gli altri guardiani durante i consigli, con quel tono formale e un po' scostante che gli uomini usano tra loro per non doversi mai avvicinare troppo. Per me era semplicemente la persona che mi aveva insegnato a leggere tenendomi sulle ginocchia nell'archivio, il cui profumo di inchiostro e cera da pavimento avevo associato all'idea stessa di casa per tutti gli anni in cui quella parola aveva avuto un significato non metaforico.

Stavo guardando le sue mani.

Non il suo viso, non cercavo il suo viso tra la folla e le guardie e la distanza che ci separava. Guardavo le sue mani perché erano l'ultima cosa che avevo di lui che fosse concreta: le nocche leggermente ingrossate dall'artrite che aveva sviluppato negli ultimi anni, le dita lunghe e macchiate di inchiostro in modi che non si lavavano mai del tutto, la cicatrice sul pollice destro che si era fatto con un tagliacarte a forma di falco quando io avevo sei anni e lui mi stava mostrando come si rilegavano i quaderni. Avevo impresso quelle mani nella memoria con la stessa metodicità ossessiva con cui lui aveva sempre registrato i fatti, come se anche i corpi delle persone che ami richiedessero una documentazione, una prova della loro esistenza che sopravvivesse a quello che stava per accadere.

La folla era silenziosa. Questo mi sorprese. Mi aspettavo le urla che a volte si sentivano durante le esecuzioni dei criminali comuni, quella specie di voracità collettiva che trasforma una piazza in una bocca. Invece c'era silenzio, o qualcosa di molto simile al silenzio: un basso rumore continuo di respiri e movimenti piccoli, il tintinnio di una catenella, il pianto soffocato di qualcuno alla mia sinistra che non girai la testa a identificare. Il Guardiano del Nord era stato rispettato. Non amato, forse, perché gli uomini come mio padre ispirano rispetto con la stessa facilità con cui scoraggiano l'affetto, ma rispettato. E ora era accusato di tradimento, e la gente che lo rispettava stava guardando in silenzio perché non sapeva ancora cosa fare della contraddizione tra le due cose.

Io sapevo. Sapevo perché la notte prima, nell'ultima ora che mi avevano concesso con lui attraverso le sbarre di quella che non si chiamava cella ma aveva tutte le caratteristiche di una cella, mio padre mi aveva detto: non è tradimento, Marta. È il contrario del tradimento. Ma il contrario del tradimento non ha ancora un nome che le corti riconoscano, e così finisce per essere processato con le leggi di quello che non è.

Non piansi. Non allora. Non avevo ancora capito che il non piangere non era forza ma una specie di anestesia, e che le lacrime che non si versano non scompaiono ma si depositano in luoghi interni che poi fanno male in modo confuso e sordo per anni, confondendosi con altre cose, con la stanchezza, con il freddo, con la sensazione di svegliarsi di notte senza ricordare cosa si stava sognando ma sapendo che era qualcosa di irrecuperabile.

Il boia era un uomo ordinario. Questo è un dettaglio che mi è rimasto, forse perché mi aspettavo qualcosa di diverso, una presenza fisica marcata dall'importanza del ruolo, qualcosa che significasse. Era basso e aveva una pancia rotonda sotto la veste scura e si muoveva con la praticità di chi svolge un lavoro che conosce. Questo mi sembrò osceno in un modo che non riesco ancora del tutto a articolare: che una cosa così assoluta potesse essere compiuta da un uomo con la pancia.

Ginevra non si girò per tutto il tempo.

Guardai la sua nuca per la durata di quello che non voglio descrivere, quegli ultimi minuti che in certi momenti mi sembrano ancora presenti in modo fisico, come pressione sullo sterno, come qualcosa che non ha mai del tutto finito di accadere. Guardai la curva del suo collo sotto la cuffia grigia e mi dissi che avrei capito, dopo. Che avrei trovato dentro di me uno spazio abbastanza largo da contenere anche questo, anche la sua scelta di stare tre file davanti a me con la schiena dritta mentre il mondo che avevamo condiviso si chiudeva in modo irreversibile.

Non ho ancora trovato quello spazio. Ho smesso di cercarlo.

Sono passati anni. Non dirò quanti perché i numeri hanno una precisione che non appartiene a questa storia, che è fatta soprattutto di cose che non si misurano. Ho vissuto in luoghi diversi e ho imparato a dormire in stanze che non conosco e ho sviluppato la capacità, che considero una specie di artigianato, di guardare le persone con sufficiente attenzione da capire cosa vogliono prima che lo sappiano loro. Sono diventata la persona che diventi quando ti viene tolta la cosa che ti strutturava e devi ricominciare a costruirti da materiali di recupero, più duri e meno eleganti di quelli originali ma anche, forse, più onesti.

Racconto questa storia da capo perché ho capito che non posso fare altrimenti. Ci sono fatti che ti portiamo dentro come schegge, irremovibili non perché troppo profondi ma perché il corpo ha imparato a costruirci intorno, a incorporarli nella propria architettura, e toglierli significherebbe smontare anche quello che li circonda. Mio padre è una di quelle schegge. Ginevra è un'altra. La regina Costanza, con il suo segreto vecchio di vent'anni e il suo sorriso di donna che ha imparato la disciplina della sopravvivenza più tardi di quanto avrebbe voluto, è un'altra ancora.

E poi c'è il documento. Quello che mio padre mi aveva premuto tra le mani la notte prima, nell'ultima ora, con quelle dita che sapevano di inchiostro e di paura tenuta a freno con la stessa pazienza con cui aveva sempre tenuto a freno tutto il resto.

Ancora non so del tutto cosa fare di quello che c'è scritto. Ma so che il sapere non è mai neutro, e che mio padre lo sapeva anche lui, e che questo non lo salvò.

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