Quello che sto per raccontare non l'ho visto. Voglio che sia chiaro prima di tutto, perché il tipo di verità che sto ricostruendo qui è diverso da ogni altra parte di questa storia: non ci sono documenti, non ci sono testimoni, non ci sono finestre dalle quali avrei potuto spiare. Quello che so di Ginevra in quei giorni l'ho saputo da Ginevra stessa, molti anni dopo, in una stanza di una città che non nominerò, con una brocca di vino che nessuna delle due aveva intenzione di bere e che invece finimmo entrambe.
Mi disse le cose nell'ordine sbagliato, come si fa quando si è portato qualcosa dentro troppo a lungo. Prima mi raccontò la fine, poi il mezzo, poi il principio, e io la lasciai andare senza interromperla perché avevo aspettato abbastanza. Quando ebbe finito eravamo rimaste in silenzio per un tempo che non so misurare, e poi io avevo detto qualcosa di banale sul freddo, e lei aveva risposto sulla stessa cosa, e questo era stato sufficiente. Non era perdono. Non so nemmeno se esiste una parola per quello che era. Ma era qualcosa su cui si poteva stare in piedi.
Quello che ricostruisco adesso è il suo racconto passato attraverso la mia memoria, e la mia memoria non è neutrale. Non credo che lo sia mai stata.
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