Orsino bussò alla mia porta prima dell'alba del trentottesimo giorno, e il suono dei suoi nocche sul legno aveva una qualità diversa da quella delle mattine precedenti — più corta, più decisa, come chi ha fretta ma non vuole che si senta.
Lo riconobbi ancora prima di aprire. Quel ragazzo aveva imparato, nei mesi in cui ci eravamo frequentati nell'ombra dei corridoi di servizio, che la discrezione non è silenzio ma ritmo, e il suo ritmo quella mattina diceva: c'è qualcosa, e non può aspettare.
Gli aprii. Aveva la faccia di chi non ha dormito ma non per le ragioni romantiche che rendono l'insonnia sopportabile.
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