Comincio da una cantina, come conviene a chi ha trascorso troppa parte della propria vita sotto il livello del suolo.
Non intendo questo come metafora — quantunque i lettori cui queste pagine perverranno saranno certamente inclini a leggervi una — ma come resoconto di precisione geografica. La cantina della locanda al Segno del Cinghiale, in una contrada di Brescia che sapeva di macello e di fiume, misurava quattro passi per sei, aveva il soffitto così basso che un uomo di statura ordinaria vi avrebbe dovuto procedere curvo, e ospitava, nel novembre dell'anno del Signore 1347, tre botti di vino acido, un fascio di paglia umida, una cassa di chiodi arrugginiti e il sottoscritto, che aveva allora undici anni e riteneva quella sistemazione assolutamente normale.
Devo essere onesto: non sapevo, in quell'epoca, che esistesse alcunché di diverso.
I miei tutori — li chiamerò così, benché la parola implichi un'attenzione che non mi fu mai prestata — erano una coppia di Brescia di nome Bartolomea e Ugone Maffei, che avevano ricevuto una somma di denaro per mantenermi in vita e la possibilità di dimenticarsi di me per tutto il tempo in cui questo compito non richiedesse intervento diretto. Ugone gestiva la locanda. Bartolomea contava il denaro. Io portavo la legna, vuotavo i vasi da notte, e dormivo nella cantina su un pagliericcio che in estate bruciava di pulci e in inverno diventava indistinguibile dal suolo ghiacciato sotto di esso. Nessuno dei due mi aveva mai spiegato da dove venissi. Nessuno dei due aveva mai risposto alla domanda che avevo smesso di porre attorno ai sette anni, non per rassegnazione, ma per la realizzazione pratica che le domande cui non si risponde rappresentano un consumo di energia meglio investito altrove.
La cicatrice sulla mia tempia sinistra — una spirale, che cominciava all'attaccatura dei capelli e si avvitava verso l'interno su una superficie grande quanto una moneta da quattro soldi — era, agli occhi di Ugone, la prova di una caduta infantile mal guarita, e agli occhi di Bartolomea la marca di qualcosa di cui non si doveva parlare davanti agli avventori. Quest'ultima posizione mi aveva sempre sembrato più interessante della prima: le cadute infantili mal guarite non richiedevano silenzio.
Decenni mi separano da quella cantina, mentre scrivo. Ho vissuto abbastanza da vedere morire uomini più sapienti di me e sopravvivere a errori che avrebbero dovuto seppellirmi. Eppure, quando chiudo gli occhi e cerco il principio di tutto — non la mia nascita, che non ricordo, ma il principio di ciò che sono diventato — torno invariabilmente a quella mattina di novembre, alla luce di una sola candela di sego, e al libro.
Era un salterio.
O meglio: era stato un salterio, prima che la muffa verde-grigia che lo ricopriva dal dorso alla rilegatura avanzasse abbastanza da rendere tale classificazione quasi caritatevole. Lo trovai in fondo alla cassa dei chiodi, avvolto in un pezzo di tela cerata che non l'aveva protetto da nulla, con la copertina di cuoio screpolata e le pagine così gonfie di umidità che scricchiolavano come foglie secche quando le separavo. Qualcuno lo aveva nascosto là, o dimenticato — e dato che in quella locanda le due operazioni erano spesso identiche, non mi preoccupai di stabilire quale.
Seppi leggere prima di sapere che cosa fosse saper leggere: un'altra cosa che nessuno mi aveva insegnato e che nessuno aveva mai pensato di spiegare. Bartolomea mi aveva mostrato le cifre per tenere il conto delle consegne di legna. Ugone mi aveva insegnato i nomi dei tagli di carne che i clienti ordinavano. Ma le lettere — le lettere latine di un antifonario trovato l'anno precedente sotto una panca del refettorio, e poi le glosse volgari scarabocchiate nei margini da mano anonima — quelle le avevo decifrate da solo, con la stessa metodicità silenziosa con cui avevo imparato a orientarmi nel buio della cantina senza inciampare nelle botti.
Tenevo la candela vicina alle pagine del salterio, abbastanza da leggere senza abbastanza da bruciare — un equilibrio che avevo affinato nel corso di mesi di pratica illecita. Il testo era il Psalmus Quinquagesimus, il Miserere, scritto in una carolina regolare e antica. Lo conoscevo già, almeno i primi versetti, da quella copia dell'antifonario. Ma mentre i miei occhi scorrevano sulla prima riga, qualcosa accadde che non avevo mai sperimentato prima e che, vi avviso, non riuscirò mai a descrivere in modo del tutto soddisfacente, pur avendoci dedicato decenni di tentativi.
Le lettere si mossero.
Non di scatto, non violentemente: si mossero come la superficie di uno stagno si muove quando qualcosa passa sotto, un increspamento che procede dall'interno verso l'esterno. Il Miserere, mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam della prima riga si aprì — non posso usare altra parola — si aprì come una porta che si credeva murata, e attraverso quella apertura venne fuori un'altra scrittura, sovrapposta alla prima ma visibile solo se si guardava in un certo modo che non so descrivere se non come guardare con la tempia anziché con gli occhi.
Le parole che emersero erano in un latino che non era latino, o era un latino più vecchio del latino che conoscevo: stringhe di versi che sembravano descrizioni geografiche di luoghi che non avevano nome, alternate a qualcosa che assomigliava a istruzioni per un processo che non capivo, e poi un nome — un singolo nome, ripetuto tre volte con varianti grafiche minime, che la mia mente registrò e che il mio corpo rifiutò nell'istante successivo.
La cicatrice bruciò.
Non come una bruciatura di fuoco: come il momento esatto prima che il fuoco arrivi, quel secondo di calore che precede il dolore e in cui il corpo non ha ancora deciso cosa fare. La spirale sulla mia tempia sinistra si contrasse — lo sentii attraverso la pelle, un movimento che non avrebbe dovuto essere possibile — e le parole sul salterio tornarono al Miserere con la stessa quiete con cui erano emerse.
Rimasi fermo per un tempo che non so misurare.
Poi posai il salterio sulla paglia con la cura che si riserva agli oggetti che si sa essere pericolosi ma che non si vuole restituire, e mi sedetti con la schiena contro la botte più grande e le ginocchia al petto, e ascoltai il mio cuore fare il suo lavoro in modo più vivace del consueto.
Sopra di me, attraverso le assi del soffitto, sentivo la locanda: il rumore dei boccali, la voce di Ugone che trattava con qualcuno per un prezzo che non lo soddisfaceva, il cigolìo delle panche spostate, l'odore del grasso di maiale che friggeva che scendeva anche in cantina e si mescolava al sego della mia candela e all'umidità della paglia. Il mondo normale, composto di rumore e odore e indifferenza, continuava esattamente come aveva sempre fatto. Non era cambiato nulla.
Questa, comprenderete, è la bugia che si racconta a se stessi nelle prime ore dopo che qualcosa è cambiato irrevocabilmente.
Non so dire quanto tempo passò prima che sentissi i passi sul selciato fuori dalla porta della cantina — non la porta principale della locanda, ma la porta di servizio che dava sulla strada laterale e che era sempre chiusa dall'interno. Li sentii fermarsi. Sentii il silenzio specifico di qualcuno che sta aspettando. Poi un colpo, tre volte, non sul legno della porta ma sul muro di pietra accanto, come se chi bussava sapesse già che la porta era chiusa e stesse comunicando con qualcosa oltre la porta stessa.
Ugone aprì, naturalmente — era il suo mestiere aprire alle porte — e io sentii, attraverso le assi, una voce che non avevo mai udito prima.
Era una voce vecchia nel senso in cui sono vecchi certi edifici: non decrepita, ma portante, costruita per durare, con uno strato di usura che ne accentuava la solidità piuttosto che eroderne. Parlava il latino con l'accento di qualcuno per cui il latino era una lingua vissuta, non recitata, mescolando al volgare lombardo nelle frasi di transizione con la disinvoltura di chi sa che le lingue sono strumenti e non identità. Chiedeva di me. Non del ragazzo della cantina, non del moccioso che portava la legna: chiedeva di Aurelio da Vercelli, usando un nome che nessuno, in tutta la mia vita fino a quel momento, aveva mai pronunciato in mia presenza come se fosse un nome che avesse un peso proprio.
Udire il proprio nome completo per la prima volta a undici anni è un'esperienza che non raccomando: è come scoprire che l'oggetto che hai usato per anni come fermacarte è in realtà un'arma.
Sentii Ugone rispondere con la voce di chi è sorpreso ma non vuole mostrarlo, quella voce piatta e guardinga che usava con i fornitori che si presentavano con conti inaspettati. Poi sentii passi pesanti avvicinarsi alla botola della cantina. La botola si aprì, e nell'rettangolo di luce grigia — era già pomeriggio avanzato, il che significava che ero stato nella cantina molto più a lungo di quanto credessi — apparve prima la testa di Ugone con la sua espressione di qualcuno che porta brutte notizie che in realtà non gli dispiaciono, e poi, accanto a lui, qualcosa di inaspettato.
Un occhio.
Voglio dire: un uomo, naturalmente, un uomo anziano con le spalle curve di chi ha passato decenni chino su un leggio e i capelli bianchi e corti di chi non ha più interesse a curarli. Ma la prima cosa che vidi, nell'ordine in cui la vidi, fu l'occhio: uno solo, il sinistro, di un colore grigio-verde scuro e di una vivacità che sembrava appartenervi per eccesso, come se tutta l'attenzione che avrebbe dovuto dividersi tra due occhi si fosse concentrata in uno solo dopo che l'altro fu perduto. L'orbita destra era vuota non nel modo di una ferita mal guarita ma in quello di una cosa completata: la palpebra era chiusa e ferma, il volto attorno ad essa composto, come una frase da cui si è tolta una parola con cura.
Portava un mantello da viaggio di lana grigia con incrostazioni di fango alpino sugli orli, e reggeva in una mano una borsa di cuoio talmente piena che la chiusura faticava a stare abbottonata, e nell'altra mano una lettera sigillata che mi tese, senza preamboli, dal bordo della botola verso il basso, con il tono di qualcuno che consegna qualcosa di cui l'altra persona ha già bisogno senza saperlo.
La ceralacca era del colore del sangue vecchio, quasi marrone, con impresso un sigillo che non riconobbi: una torre che si biforcava in cima, come un albero.
Lo guardai. Guardò me — guardò la mia tempia sinistra, per essere precisi, con quell'occhio verde-grigio che non perse intensità nemmeno per un momento, e qualcosa passò sul suo volto che non era sorpresa ma era ciò che viene dopo la conferma di qualcosa che si temeva di sperare.
Mia nonna Bartolomea — la chiamo così benché non lo fosse, perché è il nome con cui la mia mente la registrava, dato che nessuno mi aveva mai detto come dovessi riferirmi a lei — era apparsa alle spalle di Ugone e guardava la scena con le mani strette nel grembiule e l'espressione di qualcuno che sta calcolando.
Il vecchio dalla lettera si voltò verso di loro due senza smettere di reggere la lettera tesa verso di me.
«Il ragazzo viene con me,» disse, in un lombardo piano e senza enfasi. «Questo è stato concordato. La lettera è solo formalità, ma ho portato anche il resto.» Aprì la borsa di cuoio con una mano sola, con la pratica di chi compie quel gesto spesso, e tirò fuori un sacchetto che produsse, posato sul bordo della botola accanto alla lettera, il suono specifico e inconfondibile di un numero considerevole di monete.
Ugone aprì la bocca. La richiuse. Guardò il sacchetto.
«Viene stasera?» disse infine.
«Viene adesso,» disse il vecchio.
Non mi chiese se volevo venire. Questo, con gli anni, ho imparato ad apprezzare nella sua ambiguità: poteva essere mancanza di riguardo, o poteva essere la certezza, acquisita chissà come, che la domanda fosse superflua. In entrambi i casi, aveva ragione. Guardai la lettera con il sigillo color sangue secco, guardai l'uomo che la reggeva, guardai il salterio posato sulla paglia dietro di me.
Presi la lettera.
Il vecchio abbassò la mano, e qualcosa — non un sorriso, non ancora, ma il movimento dei muscoli intorno all'occhio che precede un sorriso in chi ha disimparato a produrli facilmente — attraversò il suo volto e scomparve.
«Malachia,» disse, come se stesse rispondendo a una domanda che non avevo ancora trovato il modo di formulare. «Sono il bibliotecario dello Scriptorium Altum. E tu sei Aurelio da Vercelli.» Fece una pausa brevissima, del tipo che contiene più di quanto sembri. «Vale la pena conoscere il proprio nome.»
Non avevo bagagli. Ho trascorso la prima ora della mia nuova vita accorgendomi, lentamente e poi tutto insieme, che non possedevo nulla che valesse la pena portare via, ad eccezione del salterio ammuffito, che infilai sotto il braccio senza chiedere permesso perché nessuno in quella casa ne avrebbe rivendicato la proprietà con convincimento sufficiente.
Bartolomea, mentre passavo accanto a lei per le scale della cantina, non disse nulla. Mi guardò con quell'espressione di cui avevo sempre capito soltanto metà — l'altra metà, mi rendo conto adesso, era sollievo, e il sollievo di qualcuno liberato da un peso che non ha mai scelto di portare ha un aspetto molto simile all'indifferenza, se lo si guarda dalla parte sbagliata.
Ugone aveva già aperto il sacchetto e contava.
Fuori, il cielo di novembre era il colore della pietra bagnata, e l'aria sapeva di fuochi accesi nelle case e di qualcosa di più lontano, più pulito, che non avrei saputo nominare perché non avevo mai respirato aria di montagna. Un carro aspettava nella strada laterale, trainato da due mule dal pelo invernale, carico di casse legate con corde. Il conducente era un ragazzo di non più di diciassette anni che mi guardò con curiosità e con quella specifica deferenza degli inservitori di fronte a qualcuno la cui importanza hanno capito di non capire.
Malachia il Guercio — che era già oltre il carro, in procinto di montare, e che si voltò a guardarmi con quell'unico occhio attento come se stesse verificando che fossi ancora là — non mi spiegò nulla, in quel momento. Non mi disse dove andavamo, esattamente, né per quanto. Non mi disse chi fosse morto per farmi diventare orfano, né cosa fosse uno Scriptorium Altum oltre a quello che il nome lasciava intendere. Non mi disse cosa significasse la cicatrice a spirale sulla mia tempia, benché la guardasse, nei momenti in cui non lo osservavo, con un'espressione che adesso riconosco come il modo in cui si guarda una cosa che si è cercata a lungo e che si ha qualche ragione di temere.
Montai sul carro.
Il salterio stava sotto il mio braccio, ancora umido di cantina, con le pagine gonfie e il Miserere nascosto dentro di sé insieme a tutto il resto. Mentre il carro si muoveva e la locanda al Segno del Cinghiale si rimpiccioliva dietro di noi fino a diventare una macchia scura tra altre macchie scure nel grigio di Brescia autunnale, tenni una mano sulla copertina di cuoio e sentii, o credetti di sentire, un calore tenuissimo che saliva dal libro verso il palmo — o forse saliva dal palmo verso il libro, non ho mai saputo stabilirlo con certezza.
La cicatrice era ferma. Silenziosa.
Per quella sera, almeno.
Ho aspettato ottant'anni per scrivere questo resoconto. Avrei potuto cominciare prima, è ovvio: ho avuto carta e inchiostro in abbondanza per la maggior parte della mia vita, e i colleghi che mi hanno sopravvissuto mi hanno chiesto innumerevoli volte di mettere per iscritto ciò che ricordo di quell'anno. Ho aspettato non per prudenza, benché la prudenza sia una virtù che lo Scriptorium Altum mi ha insegnato, a modo suo, con la precisione dell'esperienza diretta. Ho aspettato perché c'è qualcosa di irrevocabile nel nominare le cose per la prima volta, e io avevo già dato il mio nome a cose abbastanza grandi.
Adesso comincio.