Il primo segno fu il silenzio.
Non il silenzio assoluto — quello l'Inferno non lo concede mai — ma una pausa nel ritmo del vento, come quando una macina rallenta prima di fermarsi, quel momento in cui il suono cambia qualità e rivela quanto fosse diventato invisibile nell'abitudine. Sentii la differenza nel petto prima di sentirla con le orecchie: qualcosa che aveva vibrato costante come una corda tesa da quando ero disceso nel secondo cerchio smise improvvisamente di tenere la nota. Il vento non cessò. Ma esitò. E nell'esitazione, come in ogni crepa, entrò qualcosa che non aveva chiesto permesso.
Francesca si svegliò di scatto.
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