La nebbia arrivava dal Sempione ogni sera di novembre come se avesse un appuntamento fisso, come se la città avesse stretto con lei un contratto che nessuno ricordava di aver firmato. Scivolava giù dai rami spogli dei platani, si addensava intorno ai lampioni fino a ridurne la luce a un alone giallastro e inutile, e trasformava i passanti in ombre che comparivano e sparivano senza lasciare traccia.
Lorenzo Ferri camminava con le mani in tasca e il colletto del cappotto alzato contro un freddo che non era solo meteorologico. Aveva quarantadue dossier aperti sulla scrivania. Quarantadue. Li conosceva a memoria come si conosce un rosario — i nomi, le date, le cifre sottratte, i nomi delle vittime che non sapevano ancora di esserlo. Camminava al Sempione ogni sera perché era l'unico momento della giornata in cui la sua testa smetteva di fare i conti e cominciava, quasi suo malgrado, a respirare.
Quella sera però il respiro non veniva.
Si era trattenuto in ufficio fino alle sette passate a rileggere per la quarta volta la deposizione di un funzionario che aveva tradito se stesso in tre righe, tre righe soltanto, in cui l'aggettivo possessivo scivolava dal plurale al singolare, dal noi al mio, e in quel microscopico spostamento grammaticale c'era un intero edificio di corruzione che crollava. Lorenzo aveva sottolineato quelle tre righe con una matita rossa, aveva appoggiato la matita con precisione sopra il dossier, e poi era rimasto fermo a fissare il muro per sette minuti interi senza pensare a niente.
Questo gli capitava sempre più spesso. Vuoti. Non di stanchezza, ma di qualcosa d'altro che non sapeva ancora nominare.
Ora camminava lungo il viale centrale del parco e le sue scarpe facevano rumore sulla ghiaia bagnata, un suono regolare e quasi meccanico che era l'unica cosa concreta in tutto quel grigio. Intorno a lui il parco era quasi deserto. Una donna con un cane che annusava le radici di un albero con dedizione assoluta. Un ragazzo con le cuffie che correva contro la nebbia come se sperasse di sfondarne il fondo. Fontane spente, gazebo chiusi, il castello sullo sfondo ridotto a una sagoma scura e vaga, come un ricordo di se stesso.
La panchina era a metà del viale, sotto un platano che aveva perso tutte le foglie tranne due o tre che pendevano con l'ostinazione degli ultimi resistenti.
Lorenzo la vide solo perché ci stava quasi camminando sopra. Si fermò di riflesso, e nel farlo abbassò lo sguardo.
Il quaderno era appoggiato sulla superficie della panchina come se qualcuno l'avesse posato lì un momento prima di andare a prendere qualcosa e avesse dimenticato di tornare. Rilegatura in pelle nera, liscia, senza fregi né scritte sul dorso. Le dimensioni di un comune taccuino professionale. Un elastico bordeaux lo teneva chiuso.
Lorenzo rimase immobile per qualche secondo. Il suo istinto — quell'istinto che undici anni di aule di tribunale e di carta bollata avevano affilato fino a renderlo quasi fastidioso anche per lui stesso — gli disse immediatamente di non toccarlo. Un oggetto abbandonato in un parco pubblico non era faccenda sua. Era faccenda della polizia municipale, o di nessuno, o della nebbia che avrebbe finito per inghiottire tutto.
Ma le sue mani avevano una logica propria.
Si chinò, sfilò l'elastico con due dita, aprì il frontespizio.
L'inchiostro era rosso, di un rosso che aveva virato verso il ruggine come sangue vecchio, e la calligrafia era minuta e stranamente regolare, quasi tipografica nella sua precisione. Una frase sola, centrata sulla pagina:
Chi muore per mano di questo libro era già un'altra persona.
Lorenzo la rilesse due volte. Poi chiuse il quaderno, rimise l'elastico, e rimase lì, in piedi davanti alla panchina vuota, con il taccuino in mano e la nebbia che gli depositava sui capelli una polvere di umidità talmente fine da essere quasi impercettibile.
Pensò: qualche squilibrato. Pensò: esercizio di scrittura creativa. Pensò: proprietà altrui, dovrei lasciarlo qui o consegnarlo a qualche ufficio. Pensò, con quella parte di se stesso che non smetteva mai veramente di lavorare: oggetto che potrebbe essere rilevante.
Lo mise nella tasca interna del cappotto.
Il cane della donna senza nome era sparito con la sua padrona. Il ragazzo con le cuffie aveva completato il suo giro. Il parco adesso era completamente vuoto e la nebbia si era così densificata che i lampioni erano diventati fantasmi di luce, presenze luminose senza corpo.
Lorenzo tornò verso casa con il quaderno contro il petto, come un documento da proteggere.
L'appartamento di Lorenzo Ferri era al terzo piano di un palazzo liberty di via Volta, nel quartiere Brera, e aveva il difetto preciso di tutte le abitazioni delle persone che ci passano il minimo indispensabile: era ordinatissimo di una pulizia quasi ostile, come se l'assenza prolungata del suo inquilino avesse fatto sedimentare ogni cosa in un ordine definitivo che nessuna vita vera avrebbe poi potuto disturbare. Libri giuridici in doppia fila sugli scaffali. Una cucina con le superfici immacolate e un frigorifero che conteneva acqua minerale, yogurt greco e metà limone avvolto nella pellicola. Una scrivania grande, di noce scuro, che dominava il soggiorno come un altare laico.
Lorenzo appese il cappotto all'attaccapanni con la stessa gestualità automatica di ogni sera, andò in cucina, si scaldò dell'acqua per il caffè, e solo allora tirò fuori il quaderno e lo posò sulla scrivania.
Lo fissò mentre aspettava che l'acqua bollisse.
La pelle nera assorbiva la luce della lampada da tavolo senza restituirla, con quella qualità opaca delle cose che non vogliono essere lette. L'elastico bordeaux era consumato agli angoli, come se il quaderno venisse aperto e chiuso spesso, o come se fosse vecchio abbastanza da aver logorato i propri stessi meccanismi.
Bevve il caffè in piedi. Poi si sedette alla scrivania, aprì il quaderno al frontespizio e lo rilesse.
Chi muore per mano di questo libro era già un'altra persona.
Grammatica corretta. Sintassi insolita. Il paradosso costruito con una precisione che richiamava più il testo giuridico che quello letterario. Il condizionale assente, dove avrebbe dovuto esserci: non chi muorirebbe, ma chi muore. Come un fatto acquisito. Come una sentenza già pronunciata.
Sfogliò le pagine seguenti. Erano tutte bianche, di una bianchezza compatta che aveva la qualità della neve fresca, della pagina che aspetta. Nessun'altra scritta, nessuna nota marginale, nessun segno di uso precedente.
Lorenzo rimase seduto con il quaderno aperto davanti a lui e la lampada che disegnava un cerchio di luce gialla sulla scrivania di noce. Fuori dalla finestra la nebbia aveva cancellato i contorni del palazzo di fronte. Si sentiva solo il rumore lontano di un tram e, molto più vicino, il battito regolare del proprio pensiero che non sapeva fermarsi.
Pensò a Cerutti.
Il nome arrivò così, senza che lui lo chiamasse, come sempre capita con i pensieri che si sono sedimentati troppo in profondità per essere controllati. Davide Cerutti. Cinquantatré anni. Sottosegretario ai lavori pubblici, regione Lombardia. Quattro anni di indagine. Diciassette conti correnti intestati a prestanome. Tre ditte fantasma, due in Bulgaria e una a Cipro, che avevano fatturato per commissioni mai eseguite su cantieri pubblici. Un sistema così elegante nella sua meccanica da risultare quasi ammirevole nella sua esatta inversione di qualsiasi principio di res publica.
Lorenzo aveva trascorso quattro anni a costruire il dossier Cerutti. Quattro anni in cui aveva visto Cerutti sorridere in televisione, stringere mani, essere fotografato all'inaugurazione di una scuola che era stata pagata con i soldi della stessa scuola. Il fascicolo era quasi completo. Quasi.
Ci sono sempre dei quasi. Il sistema ne produce in quantità industriale.
Prese la penna.
Non aveva pianificato di farlo. Lo capì chiaramente solo dopo, quando cercò di ricostruire il momento con la stessa metodologia che applicava all'analisi delle prove: la penna era già in mano, la pagina bianca già davanti, e il nome di Cerutti era già a metà tra il pensiero e l'inchiostro prima che qualsiasi decisione cosciente potesse intervenire.
Scrisse: Davide Cerutti.
La calligrafia era la sua, precisa e inclinata verso destra, la stessa con cui aveva firmato migliaia di atti processuali. Il nome occupava quattordici lettere di pagina bianca e sembrava immediatamente più reale scritto lì che in qualsiasi dossier di ufficio — più reale e, simultaneamente, più strano, come se estrarlo dal contesto giuridico e depositarlo su quella carta nera lo trasformasse in qualcosa d'altro.
Lorenzo poggiò la penna.
Poi cominciò ad aspettare, senza sapere bene di cosa stesse aspettando.
Trenta secondi. Quaranta. Il frigorifero emise il suo ronzio periodico. Un motorino passò sotto la finestra. La nebbia premeva contro il vetro.
Il telefono vibrò sul bordo della scrivania.
Lorenzo lo guardò. Era una notifica dell'applicazione di un giornale nazionale. La aprì con l'automatismo di chi controlla le notizie tante volte al giorno da non farlo più consapevolmente.
BREAKING — Malore fatale per il sottosegretario Davide Cerutti: ipotesi di infarto fulminante.
Lorenzo rimase immobile.
Lesse di nuovo il titolo. Poi aprì l'articolo, che era ancora in fase di aggiornamento in tempo reale — poche righe, il corrispondente che scriveva mentre la notizia accadeva. Cerutti era collassato nel suo studio privato. Soccorritori giunti in pochi minuti, rianimazione tentata, vana. Nessuna causa accertata, autopsia disposta in via precauzionale data la giovane età relativa e l'assenza di patologie cardiache note.
Lorenzo posò il telefono con la stessa esattezza con cui avrebbe posato un vetro che sa di non dover rompere.
Si alzò, andò in bagno, e vomitò nel lavandino con la precisione silenziosa di chi non vuole fare rumore.
Rimase piegato sul bordo della ceramica bianca per un tempo che non seppe misurare. L'acqua fredda che scorreva. Il sapore metallico in fondo alla gola. Il marmo del pavimento freddo attraverso le suole delle scarpe.
Poi si raddrizzò, si sciacquò la bocca, si guardò nello specchio.
Il viso che lo guardava indietro era il suo, esattamente il suo — trentasette anni, lineamenti che definivano spigolosi senza essere duri, occhi marroni di una tonalità talmente scura da sembrare quasi neri sotto certe luci. Niente di straordinario. Niente che tradisse quello che era appena accaduto.
Tornò alla scrivania.
Si sedette sulla stessa sedia, nello stesso cerchio di luce, davanti allo stesso quaderno aperto. Il nome di Davide Cerutti era ancora lì, in inchiostro nero su carta bianca, quattordici lettere perfettamente leggibili.
E Lorenzo Ferri, che aveva passato undici anni a costruire la propria esistenza sulla roccia dell'argomentazione razionale — Lorenzo Ferri, figlio di magistrato, cresciuto nella convinzione che il pensiero umano fosse il solo strumento affidabile in un mondo di finzioni, che la prova reggesse e il caos cedesse sempre davanti alla logica abbastanza a lungo applicata — Lorenzo Ferri cominciò a ragionare.
La coincidenza esiste, pensò. I casi cardiaci improvvisi esistono. Cerutti era un uomo di cinquantatré anni che viveva una vita di pressione cronica e presumibile eccesso. L'associazione temporale tra il gesto e la morte era esatta al secondo ma questo, in sé, non costituiva prova di causalità. Post hoc ergo propter hoc era il più antico e il più diffuso degli errori logici, l'errore che aveva fatto condannare innocenti e assolvere colpevoli per duemila anni di storia giudiziaria.
Aprì il cassetto del basso a destra, quello dove teneva una bottiglia di whisky per le serate che richiedevano il whisky, e se ne versò due dita nel bicchiere che usava per le matite.
Coincidenza. Oppure, se non coincidenza, allora cosa? Una penna con dell'inchiostro particolare. Una pagina con qualche proprietà chimica. Un meccanismo che non aveva ancora capito. C'era sempre un meccanismo. Le cose non accadevano senza meccanismo.
Guardò il quaderno. Guardò il nome scritto dalla sua mano.
La sua mano non tremava.
Questo lo colpì, in quel momento — la propria mano ferma, il proprio polso regolare, la propria capacità di sedere in quella sedia e bere quel whisky e pensare in modo sequenziale mentre qualcosa che non doveva essere possibile aveva appena avuto luogo nel suo appartamento di via Volta. Si chiese se questo lo riguardasse. Se avrebbe dovuto tremare.
Poi smise di chiedersi e tornò a ragionare.
Cerutti era colpevole. Non nella misura sfumata e ambigua in cui tutti gli esseri umani sono in qualche misura colpevoli di qualcosa, ma nella misura tecnica, processuale, documentata di chi ha deviato diciassette milioni di euro di fondi pubblici verso conti propri mentre le scuole che avrebbe dovuto costruire rimanevano dei cantieri abbandonati e i bambini facevano le loro ore di lezione in prefabbricati di lamiera. Cerutti era colpevole. Questo era un dato. Il dossier esisteva. Le cifre esistevano. Le ditte fantasma esistevano.
Quello che era accaduto stasera — se era accaduto per una ragione — aveva fatto sì che un uomo colpevole non potesse più nuocere.
Lorenzo finì il whisky.
Poi chiuse il quaderno con delicatezza, ci rimise sopra l'elastico bordeaux, e lo portò in studio. Aprì la cassaforte incassata nel muro dietro la libreria — combinazione sei cifre, la data di nascita di suo padre, ironia che non gli sfuggiva mai — e lo depose sul ripiano di metallo accanto a tre fascicoli riservati e a una busta che non apriva da otto mesi.
Chiuse la cassaforte.
Tornò alla scrivania.
Fuori dalla finestra la nebbia aveva inghiottito tutto, il palazzo di fronte, i lampioni, la strada, il tram lontano. Milano era diventata un rumore senza corpo e lui era seduto al centro di quella assenza con la lampada accesa e quarantadue dossier che aspettavano e il sapore del whisky in fondo alla gola e, sotto tutto il resto, sotterrato ma vivo, un pensiero che non aveva ancora il coraggio di formulare per intero.
Aveva tutta la notte per ragionare.
Cominciò.