La lettera arrivò un martedì, portata da un messaggero che aveva cavalcato attraverso tre passi con la neve alle ginocchia dei cavalli. Lo seppi dall'odore della pergamena prima ancora di aprirla — umida, leggermente ammuffita sul bordo, il sigillo premuto troppo forte come se chi lo aveva apposto stesse stringendo qualcosa che non voleva lasciare andare.
Era la grafia di Mara. La riconobbi al primo sguardo, anche se erano mesi che non vedevo niente di suo tranne quei brevi dispacci — undici righe, dodici, mai tredici, come se si fosse data un limite e lo rispettasse con la stessa disciplina con cui faceva tutto il resto. Questa era diversa. Potevo vederlo ancora prima di leggere la prima parola: la grafia era più stretta del solito, i margini usati fino al bordo, come se avesse cominciato a scrivere sapendo già che lo spazio non sarebbe bastato.
Ero nella stanza dei registri quando arrivò. Avevo davanti a me i conti del trimestre invernale — le colonne di Brath ancora leggermente sghembe, corrette dalla mia mano con un inchiostro di un tono diverso, perché avevo smesso di fingere che non le vedessi. Il messaggero aveva bussato e aveva detto solo: per la signora Castellan, da Doran, e io avevo aspettato che uscisse prima di rompere il sigillo.
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