Il laboratorio di alchimia pratica occupava l'ala sud del piano terra, in una serie di stanze comunicanti che odoravano permanentemente di zolfo, aceto di vino e qualcosa di difficile da nominare — un odore metallico e caldo, come sangue di rame, che si depositava sui vestiti e non abbandonava i capelli per ore. Le finestre erano piccole e alte, progettate non per far entrare la luce ma per far uscire i vapori, e il risultato era un crepuscolo artificiale che prescindeva dall'ora del giorno. Ricordo quella stanza, a distanza di anni, come un luogo sempre uguale a sé stesso: perpetuamente vespro, perpetuamente irrespirabile, perpetuamente interessante nel modo in cui sono interessanti le cose che potrebbero farti del male.
Eravamo il sesto giorno all'Accademia. La lezione di alchimia pratica era prevista per il tardo pomeriggio, ma Renato si era presentato nel laboratorio all'ora di nona, quasi tre ore prima, con la stessa aria di chi vuole far credere di essere capitato lì per caso mentre in realtà ha deliberato l'intenzione nel tempo esatto necessario a renderla plausibile.
Io e Simona lo trovammo così: curvo su un fornello a basso fuoco, con il mantello arrotolato fino ai gomiti e una concentrazione sul viso che non aveva niente dell'affettazione con cui di solito si proteggeva dall'essere colto a fare qualcosa con cura genuina.
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