C'erano tre sintomi prima che capissimo che stava morendo.
Il primo: il bicchiere lasciato a metà sul tavolo dello studio, cosa che Cassio Aurentini non aveva mai fatto in sei anni che lo conoscevo. Beveva con la precisione con cui faceva tutto — fino in fondo o per niente, senza zone grigie. Quella sera il vino rimase là, mezzo consumato, e nessuno ci fece caso.
Il secondo: la voce. Lo sentii attraverso la porta dello studio, verso le nove di sera, mentre portavo la corrispondenza serale a Orso. Cassio stava parlando con uno dei suoi uomini, e la voce aveva una qualità diversa — non malata, non debole, ma come se le parole faticassero a trovare la forma giusta nella bocca. Una piccola esitazione, quasi impercettibile. Orso non notò niente. Io notai, poi dimenticai, poi ricordai nell'alba di gennaio con una chiarezza che ancora adesso mi fa stringere i denti.
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