Il primo cerchio non aveva pareti, o meglio: le aveva dove guardavi, e si ritiravano dove non guardavi, come confini che si spostano quando ci si avvicina. Era questo il primo segno che il luogo obbediva a leggi diverse da quelle dell'architettura reale — si organizzava intorno all'attenzione invece di precederla.
Il secondo segno fu la luce.
Non era buio, qui, non come nel bosco. Era qualcosa di peggio del buio: era la luce dei televisori, quella luce bianca e fredda che pulsa a frequenze troppo basse per essere sentite ma non troppo basse per essere percepite, la luce che conosci quando ti svegli nel mezzo della notte in un salotto e la televisione è ancora accesa e per un momento non sai dove sei né chi sei, soltanto che c'è qualcosa che si muove sullo schermo e fa rumori di voce umana.
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