Ci sono giorni che la memoria conserva non per quello che contengono ma per quello che promettono, e il mattino della Corsa delle Scope era di quel tipo: un'aria di novembre che tagliava con la precisione di uno strumento calibrato, un cielo di quella qualità bianca e compatta che nell'Appennino precede la neve ma non è ancora neve, e nell'intera Schola una vibrazione diversa dal solito — meno simile al ronzio di un'accademia e più simile, per usare il termine che mi sarebbe venuto un anno dopo quando avrei letto i trattati sull'acustica delle cattedrali, alla risonanza di una cassa armonica ben costruita nel momento prima che il musicista la tocchi.
Avevo dormito male e mi ero svegliato con la sensazione precisa di aver trascorso le ore notturne a risolvere un problema di cui non conoscevo ancora le premesse. Il marchio sul polso sinistro era quieto, come lo era stato da quando Guglielmo aveva concluso la sua spiegazione dell'Architectura Rationis con quel silenzio che non era assenza di parole ma architettura di una pausa deliberata. Eppure quieto non significava assente: la pulsazione era lì, lenta e regolare come il battito di qualcosa che aspetta senza impazienza.
Tomaso, che quella mattina si era alzato con un entusiasmo inversamente proporzionale a qualunque fondamento razionale per esso, aveva già infilato metà del corpo fuori dalla finestra della nostra cella quando ero uscito dal sottile e insoddisfacente territorio del sonno.
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