La mappa di Ottavia era disegnata su un frammento di pergamena staccato dal margine inferiore di un foglio più grande — si vedeva ancora, sul bordo strappato, il principio di una parola in latino che non si sarebbe mai conclusa. Renata lo posò sul tavolo della sua cella con la precisione di chi colloca una reliquia, lisciandone gli angoli con il pollice come se il gesto potesse restituire al frammento ciò che gli mancava.
Era la terza notte dopo la morte di Ottavia.
Non avevo dormito in maniera degna di questo nome da quando ero sceso nell'archivio, e il corpo cominciava a registrare quella privazione con la sua consueta mancanza di eleganza: le dita erano lente, gli occhi bruciavano, e due volte quella mattina avevo riletto lo stesso paragrafo del Tractatus senza che una sola parola si depositasse nella memoria. Renata lo sapeva e lo ignorava con la stessa cortesia con cui ignorava ogni mia debolezza fisica: guardandomi, quando necessario, con un'espressione che diceva che avevamo cose più importanti di cui occuparci.
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