Il passo alpino fu esattamente quello che Malachia aveva promesso con il tono di chi descrive una necessità piuttosto che un'esperienza: stretto, gelato, percorso da un vento che sapeva di pietra e di qualcosa di più antico della pietra. Prudenza lo affrontò con la rassegnazione dignitosa di chi ha già visto cose peggiori, e io rimasi seduto sul cassone del carro stringendo il salterio sotto il mantello, osservando come il fiato di Malachia formasse piccole nuvole regolari nell'aria — il respiro di un uomo che dorme o medita, non di uno che vigila — mentre il mio usciva in sbuffi irregolari tradendo lo stato interno.
Non avevo dormito. Lo sapeva, e non lo disse.
Scendemmo dal passo all'alba, in un cielo che da nero era diventato quel colore di cenere e madreperla che precede il sole senza annunciarlo, e fu soltanto allora che lo Scriptorium Altum si manifestò davanti a me per la prima volta — non nel modo in cui ci si aspettano le cose importanti, frontalmente e con solennità, ma di lato, di sbieco, come appare una parola in un testo quando si smette di cercarla.
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