Il Rettore Fornasini lo trovarono io il martedì mattina, quando l'alba non era ancora finita di decidere se valesse la pena di nascere.
Dico "lo trovarono" con la precisione deliberata che l'età mi ha insegnato. Non lo trovai io, benché fossi sveglio: ero seduto al mio banco nello scriptorium degli allievi, come mi ero svegliato alle quattro per fare, avendo scoperto la notte precedente che il dormitorio comune aveva un'acustica che amplificava ogni respiro altrui fino a trasformarlo in una piccola agonia personale. Avevo portato con me il libro di testo di Mastro Bovo — Delle Proprietà dei Testi Animati, terza edizione riveduta con annotazioni marginali in quattro mani diverse, due delle quali avevano avuto, a giudicare dal tono, opinioni molto precise l'una sull'altra — e una candela di sego che faceva il suo lavoro con scarso entusiasmo.
Quello che successe nella stanza delle mappe, dunque, non lo vidi. Ma sentii, come sentii tutto ciò che accadde quella mattina, la catena di reazioni che si propaga in un edificio chiuso quando qualcosa va irrimediabilmente storto: il passo rapido di uno studente di quarta annata che attraversò il corridoio esterno quasi di corsa, lo stridio di una porta che veniva aperta con forza, poi un silenzio di qualità diversa da quello ordinario — il silenzio di chi ha visto qualcosa e sta decidendo come reagire — e infine la voce di Mastro Bernabeo, il più giovane degli undici, che chiamava i colleghi con una cadenza che non era panico ma gli ci somigliava abbastanza da renderlo riconoscibile.
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