Il mercoledì portò con sé una nebbia che non si era sollevata con l'alba ma era rimasta ad appoggiarsi contro le finestre strette come un ospite che non sa di essere indesiderato.
Ricordo di aver mangiato la colazione — brodo d'avena, pane di farro che si spartiva più facilmente col pollice che col coltello — senza assaporarne nulla, con il taccuino aperto accanto alla ciotola e gli occhi posati sulla formula di Giacomo che avevo trascritto prima di dormire. O prima di tentare di dormire. La distinzione, in quei primi giorni allo Scriptorium, era già diventata laboriosa.
Fiamma era seduta di fronte a me con un'espressione che non guardava niente di preciso, il che significava che guardava tutto.
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