La prima lezione del mercoledì mattina era dedicata alla consultazione pratica dei testi di riferimento, e il Mastro incaricato — un uomo dai baffi grigi e dall'abitudine di parlare alle proprie mani piuttosto che agli studenti — si chiamava Ferrando di Lodi, e aveva la voce di chi ha trascorso quarant'anni a sussurrare in ambienti dove susurrare era l'unica forma di rispetto consentita.
Ci distribuì l'incarico con l'efficienza impersonale di chi ha fatto la stessa cosa cento volte: ogni novizio avrebbe consultato il Catalogo Vivente per localizzare tre testi assegnati, trascriverne la collocazione nel proprio taccuino, e presentarsi alla lezione del pomeriggio con le citazioni corrette. L'esercizio era concepito, ci spiegò, non per trovare i libri — chiunque sapesse leggere poteva farlo — ma per imparare a porre domande in modo che il Catalogo potesse rispondervi. L'arte stava nella formulazione. Una domanda mal posta produceva una risposta incompleta o, nei casi peggiori, una risposta a una domanda diversa.
«Il Catalogo», disse Ferrando di Lodi alle sue mani, «è letteralmente, ontologicamente letterale. Non interpreta le intenzioni. Risponde a ciò che gli viene chiesto. Se chiedete dove si trova un testo sull'arte della memoria, vi risponderà con ogni volume che contenga quelle tre parole nel titolo o nel colophon, inclusi i testi sull'arte della memoria applicata alla cucina medievale, di cui abbiamo, per ragioni che non ho mai del tutto compreso, sette copie.»
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