La prima volta che Giacomo mi mostrò il taccuino, erano le tre di notte passate di poco, e la sua mano tremava in un modo che non era freddo.
Lo capii perché il freddo a quest'ora era assoluto, il tipo di freddo che penetra attraverso le suole degli stivali e risale lungo le ossa come inchiostro lungo una fibra di vellum — eppure quella non era la tremula esitante di chi ha le dita gelate. Era la tremula di chi ha visto qualcosa che non riesce a smettere di vedere, anche ad occhi aperti.
Quella notte io non dormivo, come la maggior parte delle notti da quando ero arrivato allo Scriptorium. Il dormitorio comune era un luogo sonoro in modi che la cantina di Ugone Maffei non era mai stata: quattordici respiri diversi, il gemito intermittente di Taddeo da Bergamo che riposava sul fianco sbagliato, il crepitio del legno dei travetti che si contraeva sotto l'assalto del gelo alpino. Avevo imparato a distinguere ogni respiro per nome nel corso di pochi giorni — l'abitudine dell'orfano, quella di localizzare ogni presenza nella stanza prima di permettersi di dormire — e dunque sentii Giacomo svegliarsi di scatto per la terza notte consecutiva nel modo in cui si svegliano le persone inseguite da qualcosa che ha la forma di un pensiero.
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