La convocazione arrivò la mattina del lunedì, otto giorni dopo la nostra incursione nel Labyrinthus.
Non era un biglietto scritto, il che avrebbe richiesto un intermediario e lasciato traccia. Era Onfredo stesso, che mi aspettava nell'androne quando uscii dal refettorio dopo la colazione, immobile come una colonna di pietra che si fosse sempre trovata lì e che soltanto io non avessi saputo vedere fino a quel momento. Aveva le mani conserte davanti al petto, dentro le maniche della tonaca color cenere, e la testa leggermente inclinata nella mia direzione con quella postura che avevo già imparato a riconoscere: non mi guardava, ovviamente, eppure la qualità dell'attenzione che posava su di me era più precisa di qualsiasi sguardo.
«Vieni,» disse. Una sola parola, senza alzare la voce, senza girarsi.
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