Il freddo del Nono Cerchio non somigliava a nessun freddo che avessi conosciuto prima. Non era il freddo di gennaio a Hawkins quando il termometro scende sotto i meno quindici e il respiro si solidifica nell'aria come qualcosa di strappato via da dentro. Non era nemmeno il freddo dell'acqua del Quarto Cerchio, che ti entrava nelle ossa con la metodicità di qualcosa che vuole restare. Era un'assenza. Una sottrazione. Come se il calore non fosse mai esistito come concetto, come se la parola stessa — calore, warmth, Wärme — fosse un errore di traduzione da una lingua che qui nessuno aveva mai parlato.
Avanzammo senza parlare per quello che poteva essere stato un minuto o un'ora, perché in quel luogo la durata non si misurava con il tempo ma con la resistenza. Ogni passo costava qualcosa. Il terreno sotto i piedi era liscio e traslucido, simile al ghiaccio ma più opaco, grigio-nero come il cielo fisso di tutti i cerchi precedenti ristretto e compresso fino a diventare pavimento. Attraverso quella superficie, a profondità variabili, si vedevano cose. Forme. Non le identificai subito — la mente rifiutava di farlo, per lo stesso meccanismo che ti fa guardare il sole di striscio anziché direttamente — ma erano lì, immobili, come insetti nell'ambra, come tutto ciò che il Sottosopra aveva raccolto e trattenuto nel tempo imprecisabile della sua esistenza.
Howell camminava alla mia sinistra con le mani lungo i fianchi, il profilo luminoso ridotto a qualcosa di più tenue, come una candela in una corrente d'aria. Non si era spento, ma era diminuito. Lo osservai di sottecchi e lui non incontrò il mio sguardo.
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