Il sole calava tardi, in quell'ora pigra di agosto in cui anche il cielo sopra il Nordatlantico sembrava volersi prendere una pausa dalle proprie responsabilità. L'Helicarrier galleggiava a tremila metri di quota, invisibile ai radar civili e praticamente invisibile anche al buonsenso, sospeso tra nuvole che non si decidevano né a formarsi né a disfarsi. La luce era gialla, obliqua, inutilmente bella.
Carol Danvers era seduta sul bordo della piattaforma di osservazione con le gambe penzoloni nel vuoto, come se tremila metri di aria sotto i piedi fossero un divano di medie dimensioni.
Pinocchio era seduto accanto a lei con le gambe ugualmente penzoloni, ma con una rigidità nei giunti delle anche che tradiva quanto l'operazione richiedesse concentrazione attiva. Il vento a quella quota era consistente — abbastanza da inclinare i capelli di Carol verso nordovest con geometrica regolarità — e ogni volta che una raffica più forte spingeva contro il suo fianco, Pinocchio doveva spostarsi di qualche centimetro verso l'interno per compensare la mancanza di peso. Il legno di pero, scopriva gradualmente, non aveva la massa sufficiente per rimanere ancorato al mondo quando il mondo decideva di soffiare.
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