Il vento si abbassò senza preavviso.
Non cessò — il vento del secondo cerchio non cessava mai, era la sua natura, la sua ragione d'essere, il mezzo e la sostanza della pena — ma si abbassò, come un respiro trattenuto, come un pianto che si fa silenzioso non per esaurimento ma per una violenza più profonda che non trova più suono. E in quel silenzio relativo, che durava forse il tempo di cinque battiti del cuore di un uomo vivo — di questo cuore, il mio, l'unico che battesse in tutta la pianura rocciosa del secondo cerchio — io vidi Paolo per la prima volta come si vede una persona, e non come si osserva un fenomeno.
Era a venti passi da noi. Forse trenta. La luce rossastra del cerchio, quella luce che non riscaldava nulla e si ostinava tuttavia a esistere come se avesse dimenticato di essere inutile, lo raggiungeva obliqua e lo modellava per metà: metà di lui visibile, metà perso nel buio oltre il quale non si trovava altro buio ma solo il buio di nuovo, più fondo. Era in piedi. Non so perché mi colpì tanto — le anime dell'Inferno si trovano nelle posture che la loro punizione prescrive, sdraiati, curvi, appesi, immersi, trascinati — ma Paolo era semplicemente in piedi. Verticale. Con quella verticalità degli uomini che hanno smesso di aspettarsi qualcosa dal cielo ma non hanno ancora imparato a chinare la testa.
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