Chapter 1: The Alarm Sounds at 7:15 and Hell Is Already Punctual

La sveglia suona alle 7:15 e io sono già sveglio.

Questo è il mio peccato originale: svegliarmi trenta secondi prima dell'allarme, giacere immobile nel buio con gli occhi aperti ad ascoltare il silenzio che precede il suono, sapere esattamente cosa sta per accadere e non fare nulla per impedirlo. Poi la sveglia suona lo stesso, con quella sua certezza meccanica e oscena, e io premo il tasto con il pollice come si affronta un destino che si è già accettato la sera prima.

Sul comodino, l'ora lampeggia in rosso. Rosso come le braci. Rosso come i semafori che troverò lungo il Lungotevere tra quarantaquattro minuti esatti.

Mi chiamo Dante Alighieri, ho quarantadue anni, e vivo nel quartiere Prati da quando ne avevo sette. Non sono il Dante che avete studiato — o meglio, sono esattamente quel Dante, ma versione aggiornata, con il contratto a tempo indeterminato e il portafoglio che si chiude a fatica perché dentro ci sono due carte fedeltà di supermercati che non frequento più e la ricevuta di un pranzo di Natale del 2021. Impiego al Ministero dei Beni Culturali, quarto piano, stanza 412, scrivania vicino alla stampante che inceppa ogni mattina alle 9:47 con la precisione di un orologio svizzero che ha deciso di dedicare la propria vita alla distruzione sistematica della produttività umana.

Mi alzo.

Dal vaso di terracotta sul davanzale, Beatrice la Prima — il mio ficus, così battezzata in un momento di romanticismo che adesso trovo imbarazzante — lascia cadere un'altra foglia. La sento atterrare sul pavimento prima ancora di vederla: un piccolo schiocco secco, quasi un sospiro. È la terza questa settimana. La raccatto e la tengo in mano per un momento — è già gialla ai bordi, cartacea, leggera come una promessa non mantenuta — poi la butto nel cestino e non ci penso più. O almeno ci provo.

In cucina, la macchinetta del caffè borbotta come un vecchio che si lamenta di qualcosa che è successo vent'anni fa e non riesce ancora a digerire. Il suono che produce è a metà tra un rantolo e una dichiarazione filosofica. Il caffè, quando finalmente esce, è troppo corto e troppo amaro, e io lo bevo in piedi davanti al frigorifero aperto senza particolare ragione — forse per il fresco, forse perché aprire il frigorifero alle sette di mattina è uno di quei gesti che sembrano promettere qualcosa senza mai mantenere nulla. Dentro: un cartone di latte a metà, due uova, un contenitore di hummus acquistato con ottimismo gastronomico due settimane fa e mai aperto, e una bottiglia di prosecco che aspetta un'occasione che continua a rimandare.

Chiudo il frigorifero.

Il caffè lo finisco per metà, come ogni mattina. Non perché non mi piaccia, ma perché ogni mattina, a un certo punto, smetto di berlo e non saprei dire esattamente quando o perché. Il resto rimane nella tazzina sul bordo del lavandino, un piccolo monumento all'incompiuto, finché non torno la sera e lo butto. Quattordici anni di caffè a metà. Se li sommassi, probabilmente avrei non finito un oceano.

Faccio la doccia. L'acqua impiega esattamente quarantatré secondi ad arrivare calda — lo so perché ho contato, una volta, durante un periodo in cui contare le cose sembrava un modo utile di rapportarsi al mondo. L'acqua calda arriva, mi lavo, esco. La mattina procede con quella sua logica inesorabile e grigia, come una burocrazia che si autoalimenta.

Fuori dalla finestra, Prati si sveglia nel modo che conosco da quando avevo sette anni: il rumore del furgone del pane sul sanpietrino, le serrande del bar sotto casa che si alzano con un metallico stridio che attraversa il vetro e arriva dritto allo sterno, qualcuno che parla ad alta voce al telefono sul marciapiede — tono aggressivo, contenuto incomprensibile, gestualità presumibilmente intensa. Una colomba è ferma sul cornicione di fronte e mi guarda con quella sua espressione di placida idiozia cosmica che ho sempre trovato, stranamente, rassicurante.

Raccolgo la borsa, il badge del ministero, le chiavi. Controllo tre volte di avere le chiavi. Ne ho bisogno solo della seconda, ma la terza è ormai una liturgia personale, un rituale propiziatorio senza il quale non riesco ad affrontare la porta con sufficiente convinzione.

Scendo.

Le scale del mio palazzo hanno quarantatré gradini e un odore — umido, leggermente ammuffito, con una nota di ragù che risale probabilmente dal secondo piano — che associo in modo indissolubile al concetto stesso di mattina. Non ho mai preso l'ascensore: non per principio, ma perché in quel palazzo l'ascensore è un meccanismo degli anni Sessanta che si blocca tra i piani con una frequenza che suggerisce o una manutenzione inesistente o una volontà propria particolarmente capricciosa.

In strada, l'aria ha quella qualità settembrina che Roma conserva per pochi giorni l'anno: ancora tiepida, ma con qualcosa di pulito dentro, come se la notte avesse lavato qualcosa che di solito preferisce lasciare sporco. Cammino lungo il Lungotevere con le mani in tasca, la borsa sulla spalla sinistra, gli occhi sul marciapiede davanti a me. Un'anziana signora porta a spasso un cane talmente piccolo che sembra un'idea di cane piuttosto che un cane vero. Un ciclista passa in contromano senza alcun senso di colpa visibile. Un bambino in divisa scolastica mangia una merendina con la concentrazione assoluta di chi sa che quello è il momento migliore della sua giornata e intende onorarlo.

Passo davanti alla edicola di Tonino — che si chiama davvero Tonino, e ha quell'espressione di chi conosce tutte le notizie prima che diventino notizie e ha smesso di trovare la cosa interessante — e lui mi fa un cenno con la testa che significa tutto e niente: buongiorno, un altro giorno, ancora qui, ancora voi. Rispondo con un cenno identico. È la nostra conversazione completa di ogni mattina dal 2018, e la trovo stranamente soddisfacente.

La strada scende verso Termini.

Qui devo spiegare una cosa che a Roma sanno tutti e che quindi nessun romano spiega mai: Termini non è una stazione ferroviaria. O meglio, lo è — tecnicamente, architettonicamente, nei documenti catastali e nell'immaginario turistico — ma nella sua essenza più profonda Termini è una soglia. È il punto in cui Roma smette di essere quella cosa sopra e diventa quella cosa sotto. È il confine tra il mondo in cui il cielo esiste e il mondo in cui il cielo è una leggenda metropolitana. Ogni mattina, quarantamila persone attraversano quella soglia con l'espressione di chi sa benissimo dove sta andando e preferisce non pensarci troppo.

Io sono uno di loro da quattordici anni.

Arrivo alla discesa della metropolitana alle 7:43 esatte — quattro minuti di margine, che è il mio modo di ribellarmi a un sistema che vorrebbe arrivassi sempre cinque minuti in anticipo. Sui gradini che scendono verso i tornelli, c'è la solita umanità del lunedì mattina: studenti con gli zaini troppo pesanti e gli occhi troppo piccoli, turisti che guardano la piantina della metro con l'espressione di chi sta cercando di leggere il Libro dei Morti in lingua originale, una coppia di mezza età che litiga sottovoce in modo che sembri quasi una conversazione normale finché non presti attenzione alle parole.

E poi lo vedo.

O meglio — e questa è la cosa strana, la cosa che non so ancora come spiegare neanche a me stesso — lo noto per la prima volta. Non so quante mattine sia già stato lì, su quei gradini, nella stessa posizione, con quella stessa espressione. Non so se ci fosse ieri, o la settimana scorsa, o in tutti i quattordici anni che mi hanno portato a questo momento. Ma stamattina lo vedo, e una volta visto non riesco a smettere di guardarlo.

È un uomo vecchio — settanta, forse settantacinque anni, forse di più, o forse semplicemente è il tipo di persona a cui l'età aderisce in modo diverso dagli altri. Indossa un cappotto scuro che è stato, in qualche decennio lontano, un cappotto elegante, e che adesso è logoro sui gomiti e sbiadito alle spalle con quella dignità malinconica delle cose che sono state molto usate e non se ne dolgono. È appoggiato al corrimano con una mano sola, il polso storto verso l'esterno, postura di chi aspetta qualcosa che ha già visto arrivare cento volte e non trova più necessario alzarsi per andargli incontro. Tra le labbra ha una sigaretta spenta. Non la fuma. Non fa gesto di accenderla. È lì come un punteggio, come una virgola in un periodo lunghissimo.

Mi fermo.

Non so perché mi fermo. Sto già per scusarmi mentalmente con me stesso per l'irrazionalità del gesto, già costruendo la spiegazione ragionevole — mi si è allacciata la scarpa, stavo guardando il telefono, qualunque cosa — quando l'uomo gira la testa e mi guarda.

Ha occhi chiari, di quel grigio che in certi momenti sembra verde e in altri sembra niente, e in essi c'è qualcosa che non riconosco subito ma che poi, camminando in metropolitana, definirò come segue: è lo sguardo di chi ha già visto come finisce questa storia. Non la mia storia in particolare. La storia. Il fatto generale e immutabile che le cose vanno in un certo modo, che le persone tendono verso certi destini con la coerenza cieca della gravità, e che saperlo non cambia niente ma almeno offre una compagnia silenziosa all'attesa.

Ci guardiamo per un momento che dura più di quanto i momenti di solito si permettano.

Poi lui dice: «Vieni. Scendi.»

Due parole. O tre — dipende da come conti il verbo e il pronome, e io sono abbastanza figlio della mia formazione classica da non voler semplificare una questione grammaticale. Ma comunque: poche parole, dette in un romanesco piano e profondo come certe note di tromba in certe serate di luglio, senza inflessione interrogativa, senza calore ostentato, senza quella intonazione performativamente amichevole che le persone usano quando stanno chiedendo qualcosa che non osano chiedere apertamente.

Non un invito. Non un ordine. Qualcosa di più antico di entrambi.

Scendo.

Lo seguo lungo i gradini, tenendo una distanza di due, tre scalini — abbastanza per non sembrare che lo stia seguendo, abbastanza perché sia chiaramente quello che sto facendo. Non so perché. Non lo conosco. Non ho motivi razionali, non ho evidenze, non ho nessun elemento del tipo che di solito richiedo prima di modificare anche minimamente la mia routine mattutina, che è una struttura architettonica di abitudini sedimentate nel corso di quattordici anni e che altero solo in caso di forza maggiore documentata.

Eppure scendo.

L'aria cambia quasi subito: più fresca, più densa, con quel particolare odore metropolitano romano che è una combinazione di ozono, metallo, gomma riscaldata e qualcosa di indefinibile che potrebbe essere malinconia collettiva o più semplicemente scarsa ventilazione. Il rumore cambia anche lui — si chiude, si fa più piatto, perde le armoniche larghe della città aperta e acquista quelle rifratte, ferme, quasi claustrofobiche del tunnel. I cartelloni pubblicitari sulle pareti scorrono come versetti di un testo sacro che nessuno ha scritto con intenzione: un telefono, una crema idratante, un corso di laurea online con una foto di studenti troppo sorridenti, un film già uscito sei mesi fa.

L'uomo scende senza guardare i cartelloni. Senza guardare niente, a dire il vero, tranne i gradini davanti a lui, e anche quelli li guarda con quella distanza di chi li conosce a memoria e non ha bisogno di vederli per sapere dove mettere i piedi.

Arriviamo al livello dei tornelli.

Il rumore della metropolitana sale da sotto — un rombo lontano, come quello di una creatura molto grande che respira nel sonno — e si mescola con il brusio umano della folla mattutina che si addensa verso i varchi. Qualcuno impreca sottovoce in un dialetto che non riconosco. Una bambina chiede qualcosa in una lingua che non è italiano. Una voce elettronica annuncia qualcosa che l'eco rende incomprensibile, ma il tono è quello di chi sta comunicando una notizia inevitabile.

L'uomo col cappotto si ferma un momento all'ingresso della zona tornelli, e senza girarsi, senza alzare la voce, dice — o forse lo dice solo all'aria davanti a sé, all'architettura, alle piastrelle bianche che nel 1980 qualcuno aveva pensato fossero il futuro: «La prima volta fa sempre questa impressione.»

«Quale impressione?» dico io.

Ma non risponde. O forse risponde e non sento, perché in quel momento passa un treno sulla linea di sopra e il rumore sale attraverso le piastrelle come un tremore, e quando finisce l'uomo è già oltre i tornelli, sigaretta spenta tra le labbra, cappotto logoro, e io sono ancora dal lato sbagliato.

Passo il mio badge. Entra al primo tentativo — cosa che, mi rendo conto solo adesso, non succede quasi mai.

Seguo l'uomo verso le scale mobili.

Sotto di noi, il rumore del treno si avvicina. L'aria si muove — calda, metallica, urgente — e la folla si stringe verso il bordo della banchina con quel moto collettivo e automatico dei pendolari che hanno imparato il ritmo della bestia meccanica che li inghiotte ogni mattina e li risputa ogni sera e li reinghiotte di nuovo il giorno dopo, senza mai stancarsi, senza mai cambiare idea.

Mi chiamo Dante Alighieri, ho quarantadue anni, e questa mattina un vecchio con una sigaretta spenta mi ha detto due parole e io l'ho seguito sottoterra.

Non so ancora cosa questo significhi.

Sospetto che lo saprò prima di stasera.

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