Dante Alighieri, impiegato quarantaduenne del Ministero dei Beni Culturali, vive ogni giorno lo stesso viaggio cosmico senza rendersene conto. La sua vita si divide in tre regni immutabili e crudeli. L'Inferno inizia alle 7:47 quando scende nella metropolitana Linea A di Roma: un mondo sotterraneo senza luce naturale, dove i dannati — pendolari, turisti con trolley enormi, uomini che mangiano cornetti con la crema — soffrono pene eterne proporzionate ai loro vizi terreni. La sua guida è Virgilio, un anziano controllore in pensione che appare ogni mattina sui gradini della stazione Termini, cappotto logoro e sigaretta spenta tra le labbra, depositario di una saggezza oscura e malinconica sulla natura umana romana. Il Purgatorio è l'ufficio al quarto piano di un palazzo ministeriale: qui le anime lavorano senza mai concludere nulla, compilano moduli che rinascono compilati di nuovo, attendono firme che non arrivano mai, purificandosi lentamente attraverso la burocrazia infinita. Dante incontra colleghi che riconoscono i propri errori ma non possono ancora liberarsene. La guida in questo regno è Beatrice, una giovane funzionaria dell'ufficio digitalizzazione, luminosa e irraggiungibile, che sembra comprendere il sistema con grazia soprannaturale. Il Paradiso si rivela alle 18:00 nel bar Celestino sotto casa sua: luce calda, caffè perfetto, il barista Francesco che sa già cosa vuoi, volti familiari, il tempo che rallenta. Qui Dante capisce che la beatitudine non è assenza di dolore ma presenza piena nel momento. Il romanzo è una satira affettuosa della vita italiana contemporanea, un viaggio spirituale mascherato da routine, una domanda seria: cosa rende la vita degna di essere vissuta?
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