La sveglia suonò alle 7:15.
Non balzai fuori dal letto. Non feci il gesto automatico di allungare il braccio verso il telefono con gli occhi ancora chiusi, quella manovra cieca e muscolare che compivo da quattordici anni. Rimasi immobile per qualche secondo — cinque, forse sei — e guardai il soffitto di gesso screpolato nell'angolo sinistro, la crepa che segue una linea quasi perfettamente orizzontale prima di deviare verso est, verso la finestra, verso la luce grigia e incerta di una mattina di febbraio che non aveva ancora deciso cosa volere.
Poi mi alzai.
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