Le scale verso la superficie contano ventisette gradini. L'ho contato due volte, una volta nel 2011 quando non riuscivo a dormire e avevo bisogno di sapere qualcosa di preciso, e una volta stamattina, adesso, perché Virgilio mi ha appena detto che la fermata giusta è raramente quella che pensavo e il mio cervello, come risposta evolutivamente adeguata, ha deciso di contare i gradini.
Ventisette.
Il settembre di fuori è del tipo che Roma produce con crudele generosità tra la fine di agosto e la metà di ottobre: cielo bianco, luce piatta, umidità che non è ancora caldo ma non è ancora fresco, una specie di stasi climatica che sembra esprimere un'opinione sull'esistenza. L'aria sa di platani e di scarico di motorino e, vagamente, di qualcosa di fritto proveniente da un bar che non riuscirò mai a identificare perché è sempre dietro l'angolo successivo.
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