Castellan odorava di lana bagnata e ferro vecchio.
Lo notai prima ancora di scendere dalla carrozza, quando il vento cambiò direzione e portò con sé quella nota ferrigna, aspra, quasi medicinale. Poi le porte si aprirono e l'odore divenne una stanza intera, un corridoio intero, una casa intera — e capii che non era l'odore di qualcosa di specifico, ma l'odore di quello che succede quando la pietra assorbe decenni di fuochi e bestiame e uomini che non si lavano abbastanza spesso e poi torna a rilasciarlo lentamente, senza fretta, come un vecchio che smette di trattenere.
Edran mi aspettava nel cortile interno. Era partito tre giorni prima di me con la metà più pesante del seguito, le bestie da soma e i cavalli da guerra, e nel tempo che aveva impiegato a fare il viaggio era diventato di nuovo quello che era davvero: più alto, più largo, con le spalle che si adattavano a quello spazio nel modo in cui le spalle di certi uomini si adattano solo al luogo che riconoscono come proprio. La casa di Veth lo aveva reso straniero. Qui era soltanto Edran Castellan, nella casa di Castellan, e la differenza era visibile come il cambio di luce tra una stanza e l'altra.
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