Chapter Seven: The Secret in the Royal Archive

C'è un modo in cui la mente si separa dal corpo nei momenti di vera paura. Non è svenimento, non è dissociazione nel senso drammatico che certe donne di corte simulano quando vogliono uscire da una stanza — è qualcosa di più preciso e più freddo, come uno strato di vetro che scende tra te e quello che stai guardando, permettendoti di continuare a vedere senza essere del tutto presente in ciò che vedi. Ho imparato a riconoscere quel momento in me stessa molto più tardi. Mara lo sapeva già da bambina. Me lo disse anni dopo, seduta in un giardino di Veth in un pomeriggio che sembrava normale, con la tazza di tisana tra le mani e gli occhi fissi sulla siepe come se la siepe contenesse qualcosa che non riusciva a smettere di contare. Disse: quando trovo qualcosa che non dovrei trovare, prima di tutto sento freddo. Non paura — freddo. Come se il sangue si ricordasse di essere acqua.

Quello che so di quel giorno negli archivi del palazzo di Doran lo so da lei. Lo so da quel pomeriggio nel giardino, e da altre conversazioni più frammentate e più difficili negli anni successivi, e da quello che Mara scrive nella lettera che è ancora sul tavolo accanto a me mentre narro — non la leggo, l'ho già letta tante volte che la sua superficie è diventata liscia come cuoio lavorato, e so esattamente dove le parole si incrinano e dove tengono. Lo so come si sa qualcosa che non si è visto ma si è portato addosso per decenni fino a quando non è diventato parte del proprio scheletro.

Eccola dunque, Mara Denn, figlia di un fabbro del quartiere basso di Veth, in un archivio del palazzo reale di Doran, a febbraio — quando il freddo della capitale è umido e penetrante in un modo che il freddo di Veth non è mai, perché a Veth almeno c'è il mare a dare logica all'aria. Aveva ventiquattro anni. Aveva passato le ultime quattro settimane a catalogare le corrispondenze amministrative degli ultimi tre anni di regno, lavoro che le era stato assegnato perché sembrava lavoro minore — la polvere degli archivi, le catene di custodia dei documenti, le lettere che nessuno aveva bisogno di leggere perché tutti pensavano di saperne già il contenuto. Aveva accettato senza commentare. Aveva capito immediatamente, come capiva immediatamente quasi tutto, che i documenti che nessuno si preoccupa di sorvegliare sono esattamente i documenti più pericolosi da trovare.

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