Lo stradone che aveva scelto — la seconda versione, quella che non aveva scelto prima — si comportava in modo diverso fin dai primi passi. Non geometricamente: la larghezza era la stessa, il selciato presentava le stesse irregolarità, le facciate degli edifici ai lati avevano la stessa qualità di cosa che esiste perché qualcuno ha deciso che esista. La differenza era tattile. Sentirai di capire cosa intendo, se hai mai camminato su una superficie che non ha ancora smesso di scegliere cosa essere.
Marco lo sapeva. Per questo continuava a camminare.
Aprì il taccuino con la mano sinistra, tenendo la destra libera per toccare i muri se necessario. La planimetria che qualcuno aveva disegnato al suo posto era ancora lì — non era sparita, come aveva vagamente sperato — ma adesso sembrava più definita, come se l'inchiostro avesse finito di asciugarsi nell'intervallo tra il momento in cui l'aveva chiuso e quello in cui l'aveva riaperto. Il tratto era preciso. Qualcuno che pensa in geometria più che in parole, aveva pensato. Adesso aggiunse: qualcuno che ha disegnato questo senza guardare, o che sapeva già dove ogni linea sarebbe andata prima di tracciarla.
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