Il confine tra il Primo e il Secondo Cerchio non era una porta, né una soglia visibile. Era un cambiamento di pressione, come quando si scende sotto l'acqua e il mondo si ovatta e si fa più denso intorno alle orecchie. Mi accorsi di averlo attraversato solo quando il terreno smise di essere grigio-bianco e compatto sotto i piedi e diventò qualcosa di diverso — più morbido, quasi cedevole, con una consistenza che ricordava la terra bagnata dopo una pioggia lunga ma non era terra, non era bagnata, non era niente che conoscessi abbastanza bene da poterci camminare sopra con fiducia.
E poi vidi le case.
Erano case di Hawkins. O almeno erano state case di Hawkins in qualche momento prima che qualcosa le avesse prese e rimescolate con la materia del Sottosopra finché le due cose non si erano fuse in qualcosa che non era né l'una né l'altra. Ranch houses con i rivestimenti in legno dipinto di bianco o di giallo pallido, i porticati stretti, le finestre con le tende tirate. Ma il legno era percorso da filamenti neri che ne seguivano le venature come inchiostro assorbito dalla carta, e le fondamenta erano avvolte nella stessa materia organica che conoscevo dal bosco, quella sostanza nervosa e ramificata che pulsava lentamente in ritmo con qualcosa di invisibile. I tetti erano parzialmente aperti verso il cielo statico, i bordi erosi come se fossero stati masticati da qualcosa di molto paziente. Le finestre emettevano una luce calda, arancione, che non aveva nessuna fonte logica — luce da lampade che non potevano esistere, da focolare che non potevano ardere qui.
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