Il buio del Settimo Cerchio non era il buio delle stanze chiuse o delle notti senza luna. Era il buio delle cose che crescono — denso, caldo in un modo che non aveva nulla a che fare con il calore umano, attraversato da movimenti che si percepivano prima di vederli, fremiti che risalivano dalla terra attraverso le suole delle scarpe e dalle spore che si depositavano sulle labbra con un sapore ferroso e dolciastro insieme.
Mi fermai un momento sulla soglia che avevamo attraversato, ancora capace di distinguere dove il Sesto Cerchio finiva — nella geometria rigida dei suoi corridoi fluorescenti, nella precisione sterile dei suoi numeri alfanumerici — e dove cominciava questo. La demarcazione era assoluta. Da una parte l'architettura dell'istituzione, la violenza ordinata in moduli e protocolli. Dall'altra parte questo: vegetazione nera che toccava il suolo e il cielo contemporaneamente, tronchi spessi quanto automobili che si biforcavano in altezze non misurabili, tendini organici del diametro di un polso umano che attraversavano l'aria a ogni livello come la struttura portante di qualcosa che aveva smesso di preoccuparsi di sembrare innocuo.
Howell era già avanzato di qualche metro. Si muoveva con la stessa precisione economica con cui aveva attraversato il Limbo, il Cerchio dell'Appetito, l'ufficio di Stull — sempre quel passo misurato di chi sa dove mettere i piedi perché conosce il terreno da prima che esistesse nel modo in cui esiste adesso.
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